Sorato affondato, Zonin vince questo round

Il presidentissimo all’origine delle cosiddette “dimissioni”. In un cda dalla logica alquanto strana

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Cari lettori, abbiamo (anche noi) scritto una fregnaccia: non è affatto vero che l’ex direttore generale e consigliere delegato della Banca Popolare di Vicenza, Samuele Sorato, ha dato le dimissioni. Tecnicamente, una separazione «consensuale» non corrisponde a dimettersi. Anche perché, a casa nostra come speriamo pure vostra, se uno rassegna le dimissioni lo fa seduta stante, irrevocabilmente e con effetto immediato. E’ ben strano un dirigente di 54 anni, da tredici in uno dei primi dieci istituti bancari italiani, da sette anni alla direzione generale, ch’era il fedelissimo del presidente Zonin, che tutto appare tranne uno sconsiderato impulsivo, è davvero strano, dicevamo, che “annunci” di voler lasciare gli incarichi aspettando che qualche giono dopo il consiglio d’amministrazione, di cui a quel punto non avrebbe fatto più parte, accetti un atto che, se realmente dimissionario, doveva concretizzarsi subito, in modo unilaterale.

Sorato è stato fatto dimettere. Da chi? Ma da Zonin. Il motivo è più o meno filtrato: il rimpallo di responsabilità fra i due sugli eventuali guai che dovessero uscire dalle ispezioni, nient’affatto all’acqua di rose, della Bce da una parte e della vigilanza Consob dall’altra. Si tratta delle questioni che hanno reso fumanti di rabbia i 130 mila soci della BpVi: la svalutazione di quasi un quarto del valore dei propri pacchetti e il prezzo delle azioni e loro relativo collocamento presso i risparmiatori, in particolare la possibilità che siano stato erogati finanziamenti in cambio della sottoscrizione di quote. Senza contare gli stress test europei, il rosso da 758 milioni di euro e l’incertezza sulle fusioni per restare a galla in un mercato che non è più quello, accomodante, dell’Italietta dell’aumma aumma, ma continentale, con capitale Francoforte, Germania (dove non vedono di buon occhio il matrimonio con Veneto Banca: da un’unione di due debolezze non nasce una prole sana e forte).

Venendo ai fatti, con l’accelerazione dei controlli su carte e conti, Zonin avrebbe colto la palla al balzo per liberarsi di un Sorato che, coi poteri di amministratore delegato (una promozione che Zonin avrebbe controfirmato ob torto collo), gli sarebbe diventato d’impiccio per continuare a tenere il dominio assoluto sulla banca. Un dominio che ha sempre avuto e che intende continuare ad avere fino all’ultimo minuto, asserragliato nel bunker dove aspetta il momento in cui dovrà persino lui lasciare, quando la popolare vicentina si trasformerà in spa e sarà costretto a mantenere la promessa che ha fatto all’assemblea dei soci: non sarà più lui il presidente (ma con una fondazione creata all’uopo avrà ugualmente modo di contare).

Ma nel cda che ieri ha ratificato l’uscita di scena di Sorato da tutte le cariche c’é un risvolto rimasto segreto che lascia sbalorditi noi profani. A parte spartire le deleghe del buon Samuele fra comitato esecutivo (guidato, ovviamente, da Zonin, che ora anche ufficialmente amministra, oltre che presiedere) e, quanto alla direzione generale, fra i quattro vicedirettori (con un coordinatore che è uno zoniniano di ferro), non si è deciso con chi sostituirlo. In sospeso il révenant Divo Gronchi, si è detto e scritto. La realtà, un po’ banale e molto no, è che le cinque ore abbondanti di riunione di ieri non sono bastate ad affrontare tutti gli ordini del giorno. La cosa curiosa é che il punto che riguardava le pseudo-dimissioni di Sorato è stato trattato prima di quello relativo alle motivazioni che le hanno provocate. Logica che, sempre a casa nostra e sicuramente anche vostra, non ha nessuna logica. Ma tant’é. Insomma, la battaglia che ieri ha senz’altro visto vincitore su tutta la linea il presidentissimo Zonin, è stata solo una parte della battaglia. Senza contare che la guerra è ancora lunga.

PS: non proprio su tutta la linea, è stata la vittoria del dominus da Gambellara. Il fatto che si sia dovuto discutere, anziché procedere speditamente e graniticamente more solito, è una piccola sconfitta, per chi non era più abituato da parecchio tempo al confronto al vertice. Ma d’altronde, i tempi son diversi, e ben più duri. La spensieratezza non va più di moda. Lo dovrebbero aver capito tutti, anche il consigliere d’amministrazione Matteo Marzotto, arrivato sfrecciante in una Bmw supersportiva, giusta consolazione per la sua povera dichiarazione dei redditi 2014 da 60 mila euro.

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  • Giancarlo Corradi

    Bisognerebbe trovare il modo di provocare una ispezione atta a verificare se, nel periodo della decisione dei vertici di proporre l’aumento di capitale e quindi coinvolgere i propri clienti- risparmiatori, questi sapevano della situazione finanziaria molto debole e su quali considerazioni avevano valutato, chiaramente per difetto, le perdite sui crediti ed altre poste di bilancio. E’ ovvio che probabilmente hanno mascherato le perdite e proceduto a rimpinguare le casse societarie con danaro fresco. Le verifiche BCE hanno messo a nudo la realtà e perciò…….svalutazione. Il falso in bilancio mi pare vagamente…punibile ora, se non ricordo male…