Franchetto, dal caffè al Vicenza calcio

Chi è l’imprenditore nella cordata della società biancorossa. Che su banche ed elezioni dice che…

L’imprenditore che non vuole pavoneggiarsi davanti a platee, taccuini e telecamere sta diventando una rarità. Ma non in Veneto, dove ancora esiste e resiste una simpatica ritrosia a mettersi in posa e a vendere fuffa (con eccezioni talmente note che per carità di patria non citiamo neppure). Un esemplare di tale razza poco ciarliera è Marco Franchetto, a capo di un gruppo in cui spiccano Pulitalia e Caffè Vero. «Ad apparire si fa sempre in tempo, meglio far parlare i fatti che le ciacole», mi chiarisce fin da subito. Zazzera brizzolata e scapigliata, uomo di una certa presenza, giacca e cravatta d’ordinanza ma modi diretti, Franchetto è di origini veronese ma comunque vicentinissimo. Anche nel tifo calcistico: il 16 aprile scorso, con lui che ha fatto da collettore, assieme ad una cordata di imprenditori ha costituito la Vi.Fin, società che a breve termine ha avuto lo scopo di evitare il tracollo finanziario immediato e pagare gli stipendi. Quanto al futuro, dipenderà se i biancorossi strapperanno la promozione in A oppure no. «Fino a che punto la passione del calcio, che è come la passione per le donne, o per gli orologi, o per le auto, è sostenibile economicamente?», chiede a me, in realtà auto-interrogandosi. E non è una domanda “filosofica”, ma concreta: «Il differenziale fra ricavi e costi dev’essere di 100-150 mila euro al mese, non di più». Insomma, nel bilancio mensile la perdita sopportabile dovrà assestarsi su questa cifra. Altrimenti è chiedere troppo. Ovviamente, se si passasse in A, ciao ciao debiti, e si potrebbe finalmente respirare.

Ad essere stata insediata come presidente onoraria della società biancorossa è sua madre Vittoria. Un forte cambio d’immagine, rispetto ai tempi di Sergio Cassingena (su cui Franchetto non tira le pietre, anzi: «non è vero quel che si dice su di lui, la realtà è che ci ha rimesso; io non ero d’accordo sulle sua modalità di gestione, ma i soldi li ha spesi»). L’immagine, si diceva, viene dopo la sostanza. La sostanza imprenditoriale di Franchetto è questa: figlio d’arte di un padre, Angelo, fondatore della «ditta» che sarebbe diventata Pulitalia, oggi la prima azienda di prodotti per le pulizie del Nord Italia («fu un precorritore, a fine anni ’70 ebbe l’intuizione di una partnership con la chimica tedesca, ch’era più avanti della nostra»), il Nostro si è poi buttato sul caffé, nel frattempo aprendo una finanziaria, un’immobiliare, una servizi e noleggi, in tutto otto società che hanno tenuto botta alla crisi. «Che non è affatto finita, siamo ancora in anni bui», sottolinea. Sono cambiati i tempi: «fino a qualche lustro fa, bastava un buon imbonitore per vendere, ora non più». Di qui l’intuizione, questa volta sua, di “Performare”: «Sono corsi per insegnare a cogliere in maniera puntuale le potenzialità del cliente, estro e fantasia non sono più sufficienti». Dunque più tecnica, nell’arte venditoria? «Prendi una Ferrari. E’ bellissima, mi piace un sacco, ma come la guido se non la so usare? E se anche metti un pilota insegnante, a che serve se non ci sono le piste per correre? Allora, quel che fa Performare non è solo insegnare a vendere come vendere, ma rendere così immediata e facile la scelta all’utente da far scegliere a lui». Pensiamo ai suoi prodotti per pulire, qelli che usano, per dire, dei filippini: «facilità e semplicità d’uso devono essere le regole».

Da quando ebbe inizio la sua carriera di industriale nel 1980 a quando suo padre scelse di essere liquidato dieci anni dopo («per vent’anni non ci siamo parlati dopo un litigone a sangue, ora vive con me») fino ad oggi, Franchetto ha dovuto più combattere nel trovare collaboratori validi, «persone che la pensano come te e che credono in te», che non la concorrenza. Questa, per lui, è stata «la maggiore difficoltà». Quanto all’estro, quello invece non manca. Nel 2000 è entrato nel mercato del caffé. «Sa cosa fa la differenza fra un buon caffé e un cattivo caffé?», mi ri-fa con domanda sempre rivolta a se stesso. «Il barista», si risponde. «La peggior miscela col miglior barista è meglio della miglior miscela con un pessimo barista». Macinatura, temperatura, lavaggio della macchina: tutti segreti del buon servitore di tazzina al bancone.

A Franchetto una domanda la facciamo anche noi: qual è il peggior difetto dell’imprenditore veneto? «Sono egocentrici e invidiosi», ribatte a tambur battente. E il pregio? «L’intuitività». Nota anche lui, come noi, che nel salto generazione fra i padri e nonni coi figli e nipoti è avvenuto un certo peggioramento qualitativo: «non tutte le ciambelle riescono col buco, d’altronde c’entra l’educazione familiare». Lui ha due figli: uno di tre anni e una di 25, che studia giurisprudenza e vorrebbe diventare magistrato («”non sono brava quanto te”, mi ha detto lei all’idea di lavorare in azienda; “ma io sono un povero inetto”, le ho risposto»). Mi incuriosisce sapere quali passioni ha: «orologi e auto», soprattutto sportive. Giusto per capire cosa se ne fa dei soldi che guadagna, che valore dà al denaro. «Ho un grande rispetto per il denaro», sbotta facendosi molto serio. Non tanto per il denaro in sé, ma «per il lavoro che ci sta dietro».

La crisi come si vince? «Con il dollaro forte il costo del caffé è aumentato del 30%. Bisogna vendere meglio lo sconto». Col credito dalla banche avare e matrigne, come la mettiamo? «Mio nonno diceva che le banche ti danno l’ombrello quando c’è il sole e te lo tolgono quando piove». Sulle ultime, travagliate vicende degli istituti veneti, BpVi e Veneto Banca in testa, si limita ad un serafico ma chiarissimo «serve cambiare, facce nuove, purché sia cambiamento vero: non trovo disdicevole, ad esempio, che la Bce dica no a Gronchi come nuovo amministratore delegato della Banca Popolare di Vicenza» (Gronchi è malvisto da Francoforte per la sua età molto avanzata). Sulle associazioni di categoria come Confindustria, di cui anni fa è stato capo-mandamento a Vicenza Est («poi mi son stufato»), il suo pensiero è che ci sia troppa politica. O meglio: che «non è l’associazione in sé il problema, ma che si cozza con una realtà politica che è quella che é: tutto quel che dici resta lettera morta». Sì ma gli scontri interni alle associazioni? Non sono colpa dei politici, quelle. «Son colpa della mancanza di risultati». Domanda finale a due settimane dal voto regionale veneto: chi voterà Marco Franchetto? «Fra la Moretti e Zaia scelgo Zaia, anche se stimo il Tosi prima maniera». Ma come, molti industriali appoggiano la Moretti… «Sono contro le mode». E cosa le convince di Zaia? «Ha lavorato bene, ha fatto il suo compitino». La franchezza di Franchetto.