La Moretti arranca? Ecco “The Renzi Show”

Il premier vola a Vicenza per incoraggiare la candidata di centrosinistra. Cronaca di uno spettacolo pirotecnico

La Moretti è in difficoltà nei sondaggi (distacco di 11% da Zaia circa secondo sondaggi Ipr Marketing e Tecné di una settimana fa) e non c’è verso che non scivoli su qualche gaffe (l’ultima sui profughi da far ospitare agli anziani per «arrotondare»)? Niente paura: arriva niente po’ po’ di meno che Lui, il Matteo nazionale, Super Renzi. E infatti oggi a Vicenza è andata in scena un’altra puntata dell’imperdibile “The Renzi Show”. Teatro comunale gremito nonostante l’orario non proprio da aperitivo (le 11:30 del mattino): un pienone, per la star di Palazzo Chigi. Truppe cammellate del Pd? A occhio, forse la metà. Il resto è pubblico suo e solo suo.

L’ALE INTRODUCE…
Sotto le note di Ligabue apre lo spettacolo il segretario regionale del partito, Roger De Menech, che fa da presentatore (anzi, come ha detto lui stesso: «faccio la valletta»). La parola passa quasi immediatamente, con Renzi seduto ad ascoltarla in un angolo del palco, ad “Ale”. Che ripete il copione della candidata governatrice della Regione Veneto secondo i dettami pubblicitari del renzismo: formule per emozionare i fan e trascinare i non-ancora-fan («ho buttato il cuore oltre l’ostacolo», «ritorniamo a sognare», «restituire fiducia, speranza, sogno», «se riparte il Veneto riparte tutta l’Europa e l’Italia»), immancabili luoghi comuni («ognuno é quello che é per le scelte che ha fatto nella vita»), qualche frase di troppo, addirittura dal sapore sacrificale («mi sono caricata sulle spalle le delusioni dei Veneti»), l’ottimismo obbligato («il traguardo é lì, possiamo toccarlo»). In mezzo alla schiuma da comizio, i contenuti da segnare sono stati, nell’ordine: la «sindaco del Veneto» («facendo la vicesindaco qui a Vicenza ho imparato il metodo di non aver paura di confrontarsi con la gente, di entrare in empatia con i problemi»); l’elogio del Job’s Act con corollario storico-sociologico («nel dopoguerra si creava lavoro nelle cantine, nei garages, nelle soffitte, non c’era bisogno della politica» – e allora la politica a che serve? mah – «qui in Veneto non c’é il conflitto fra lavoratori e imprese»); la Moretti’s version sulla sanità veneta («eravamo una sanità di eccellenza fino al 2010» – ops: significa che fino a quando governava Galan, con vice Zaia, le cose andavano da dio? più attenzione, mannaggia all’entusiasmo! – e poi un esempio concreto, finalmente: «all’Istituto Oncologico Veneto le liste d’attesa per le radioterapie non si contano più, la gente va a curarsi ad Aviano»); le infrastrutture «vanno condivise con le comunità locali» (e quando una comunità locale non è d’accordo e basta, come l’intera Provincia di Trento sulla Valdastico Nord, col ministro Delrio che non può far altro che prenderne atto, secondo la Costituzione?); botta finale sul caso della fattoria per disabili a Nervesa della Battaglia, diventata invece una birreria coi fondi regionali (e qui ci prende: la responsabilità politica ricade comunque su chi presiede la Regione).
Bisogna dare atto alla Moretti che si è fatta un mazzo così, in questi mesi: 570 Comuni visitati (gliene mancano quattro), senza contare il peso psicologico di un sistematico fuoco di fila di critiche, insulti, frizzi e lazzi: turpiloqui a parte, in larga misura meritato, visto che l’avvocata vicentina, piuttosto avvezza ai cambi di corrente, dalla carriera fulminante, troppo fulminante, non s’é fatta ancora le ossa, ammesso che il midollo ci sia. E difatti, l’ipotesi che va per la maggiore è che il veneto medio, scarpe grosse e cervello fino, questo l’abbia capito, e preferisca l’usato sicuro, di medio se non lungo corso, ruspante e con decisioni e soprattutto non-decisioni discutibili (Zaia) a chi, in definitiva, come curriculum può vantare una breve esperienza amministrativa locale e il ruolo di portavoce di Bersani, il tutto condito da una simpatica grinta che poi viene cannibalizzata da autogol clamorosi (“Ladylike”).

…E RENZI SEDUCE
Ma poi è stato il turno del vero protagonista, l’imbattibile showman: signore e signori, Matteo Renzi! Ci sa fare come un diavolo: attacca il discorso facendo riferimento a quella buccia di banana di due settimane fa, sul Veneto unica regione data per persa (6 a 1), in realtà dribblandolo senza confermare né smentire; spiega indirettamente a chi pensava non venisse qui a imprimere la sua faccia su una probabile sconfitta che invece la «partita difficile, complicata» della Moretti rientra nella sua narrativa vincente, perchè «Alessandra ha già vinto quando ha lasciato la poltrona di europarlamentare» (per quella, sicura, da consigliere regionale), e lassù a Strasburgo «non è che ci si ammazzi di lavoro»; infarcendo la torrenziale parlantina di gag e motteggi, fa partire le consuete “slides”, per dimostrare che hanno torto marcio «i gufi che parlano male dell’Italia», nonché i dissidenti interni e la sinistra del Pd, che «aspettano di vedere se vanno male le elezioni per fare polemica»; e infine, come al solito senza neppure rendersene conto, in quest’orgia di positività, fa un’altra volta i complimenti a chi ha amministrato finora il Veneto, perché nel 2014, si legge in una scheda, l’export veneto è tornato superiore ai livelli pre-crisi. Dice: è merito degli imprenditori, e anche del suo governo. Sì, ma in genere, se si vuole battere l’avversario, non ci si fa scappare neanche un assist. Ma il perché di tale curioso atteggiamento lo spiega lo stesso Renzi nel finale: «le sfide non si vincono parlando male degli altri, ma con la propositività»: e giù l’elenco delle riforme fatte, l’esaltazione dell’Expo («una bella realtà che funziona»: insomma…), un excursus retoricissimo sul problema «complesso» dell’immigrazione (con uno strafalcione non da poco: «il 91% degli immigrati vengono dalla Libia»: ma quando mai, sui barconi arriva circa un terzo del totale, quindi quel 91% rappresenterà più o meno il 30%). Lo show termina fra gli applausi sull’onda del «coraggio» – che effettivamente ci vuole, e non solo per superare anche di un solo voto il centrodestra, ma anche per aggredire la variabile impazzita dell’astensionismo, primo partito in assoluto – e di slanci involontariamente autoironici come questi: «prima la politica era solo chiacchiere (…) ieri mi è venuto il crampo alla mano per quanti provvedimenti ho firmato (…) ci sono due Italie che si contrappongono: quella che protesta, quella della rabbia, e quella del coraggio, quella che fa, quella che si rimbocca le maniche». Pubblico conquistato, si sono divertiti tutti. Anche noi.

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