Storie di non violenza: una vicentina in Libano

Il racconto di una volontaria impegnata nell’Operazione Colomba

«Dov’è la tua famiglia?
In Italia.
Pensavo fosse ad Aleppo, dov’è l’Italia?
È fuori dalla Siria
E dove?
Sai dov’è l’Europa?
No. Ma com’è? Ci sono l’esercito e gli aerei? Ci sono le bombe?
No, non ci sono, non c’è la guerra.
E com’è allora?
Per esempio come la Siria prima della guerra.
Ma in Italia c’è la polizia?
Sì, c’è…
Beh, allora non ci vengo con te là!»
Dal Diario del progetto Libano-Siria di Operazione Colomba, marzo 2015

Maria è una giovane volontaria di Operazione Colomba, un corpo civile e nonviolento di pace all’interno di luoghi tristemente ospiti di conflitti e guerre. Maria, una laurea in lingue in tasca e una città natale, Vicenza. Una di quelle ragazze che viaggiano già da quando erano nella pancia della madre. Un pezzetto di mondo l’ha toccata nel profondo, tanto da volerci tornare, il prima possibile. Quando le chiedo perché proprio il Libano mi racconta che inizialmente a darle la spinta è stato il suo percorso di studi,  «Poi ho pensato che sarebbe stato stimolante partecipare a un progetto che è ancora in una fase iniziale, dove le strade possibili da percorrere sono diverse, e bisogna scegliere ogni giorno. Non ci sono binari già stabiliti».

Operazione Colomba è a Tel Abbas, nel Nord del Libano e a pochi chilometri di distanza dalla Siria, dalla primavera del 2014, dove propone interventi di risoluzione dei conflitti, condividendo la quotidianità semplice e allo stesso tempo complessissima di chi vive in condizioni di estrema difficoltà a causa di una guerra che non ha scelto. Un modo per continuare a sognare. E non solo, un modo per dimostrare che la protezione dei civili, la promozione del dialogo e della partecipazione possono essere una chiave diversa con la quale agire un cambiamento.

«Io e gli altri volontari viviamo in una tenda in un campo di profughi siriani», racconta Maria, «lasciare il proprio Paese, la propria casa, lasciare tutto per fuggire e ritrovarsi in una situazione precaria e pericolosa, ti espone a dei rischi, quello più facile è dimenticarsi di essere umano».

Operazione Colomba è forse l’unica presenza internazionale a scegliere di lottare per la pace condividendo il luogo di vita. Il luogo in cui la speranza non deve morire, ma va costruita, insieme.  «Noi stiamo con loro ogni giorno anche per ricordar loro che sono persone, importanti per qualcuno e che hanno diritto a sognare un futuro. La nostra presenza al campo, inoltre, vuole essere un ponte, tra i profughi, che in Libano vivono ai margini della società, e la comunità locale. Lavoriamo per far arrivare le loro richieste di aiuto e le loro speranze fuori dal campo, diamo supporto anche in termini medici e sanitari, ci interfacciamo con le ONG, segnaliamo le situazioni più gravi alle autorità competenti». Poi, risate insieme, affetto, visite di tenda in tenda.

Se si parla di storie da raccontare, la risposta di Maria è penetrante. «Mi vengono in mente i giorni duri di quest’inverno, faceva molto freddo, non ci si riusciva a scaldare. I bambini si ammalavano in continuazione. Oppure, i raid dell’esercito e la paura di essere arrestati a un check-point. I mille racconti della guerra e della fuga. La nostalgia della vita in Siria.»

Una scelta, quella dei volontari, che si pone come motore e carburante di una vita che può e deve continuare a essere intrisa di sogni e di realtà. Per esserlo davvero, vivi. Ed ecco che da poco nel campo, su richiesta stessa dei suoi abitanti, è nata una scuola. Nata, come nasce e gemma un fiore tra i sassi.  «Ora i bambini stanno imparando a leggere e scrivere», racconta Maria,  «ma soprattutto stanno capendo che nonostante le terribili condizioni di vita che affrontano ogni giorno, anche loro hanno diritto a un futuro».

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