Zaia: fatto poco, comunicato tanto (ma bene)

Il basso profilo paga: il governatore leghista maschera così un’amministrazione (troppo) ordinaria. E con punte horror

Un lettore su Facebook ci ha scritto che non troviamo niente da scrivere su Zaia perché Zaia non ha fatto praticamente niente in questi cinque anni di governo del Veneto. Accettiamo la provocazione. Primo, perché è un provocazione, nel senso che non è vero che non abbiamo segnalato, criticamente com’è nostro uso, limiti ed errori dell’amministrazione regionale di centrodestra (vedasi, da ultimo, la prima puntata di un bilancio di quel che aveva promesso e di quel che aveva fatto, o l’analisi della “sua” sanità, oppure, il primo giorno di pubblicazione di questo giornale online, sette mesi fa, un focus su come aveva affrontato il dissesto idrogeologico). Secondo, perché effettivamente Zaia, salvo nel capitolo infrastrutture e strade e più generalmente nella gestione del territorio (su cui torneremo a giorni), non ha tanto da farsi perdonare per quello che ha fatto, ma per quello che non ha fatto.

Intendiamoci: piuttosto che uno intento da mane a sera a seminare danni, è preferibile chi se ne sta fermo a galleggiare. Però un governatore deve governare, il che significa decidere e realizzare. Ora, per quanto riguarda il 70% della Regione, cioè il comparto sanitario, Zaia si è limitato a non sgovernare, mantenendo sotto controllo i conti, anche se si è accorto tardino degli effetti deleteri di come sono stati concepiti e applicati certi project financing. Ha aperto gli ospedali di notte, ma le liste d’attesa sono vagamente terzomondiste. Diciamo che, facendo somme e sottrazioni, il risultato complessivo é un pari. Ha toppato sul piano cave, atteso da una vita e mai varato, il che non lo rende al di sopra di ogni sospetto quanto a pressione della nota lobby dei cavatori. Contro gli alluvioni ha aperto i cantieri di due bacini di laminazione nel Vicentino, ma nel Padovano siamo ancora, absit iniuria verbis, in alto mare, e soprattutto non ha mai fatto una politica efficace contro la voracità di Comuni, palazzinari e – diciamolo – semplici privati che hanno continuato imperterriti a cementificare il cementificabile. In sintesi, la sua è stata ordinaria amministrazione (compresa, sia pur in negativo, la “notte delle marchette”, cioé il finanziamento a pioggia di manifestazioni, eventi e associazioni all’ultimo momento utile prima di chiudere la consiliatura: chi non le fa, queste cose, pur di non perdere i voti clientelari?). Con qualche scivolone (anche un po’ folcloristico, come aver registrato il portale turistico veneto nell’isola di Tonga, o autolesionistico, come aver avuto qualche dirigente di troppo sotto inchiesta giudiziaria), qualche omissione (anche grave, come non aver più concluso nulla sul trasporto integrato, vedi l’eternamente sfuggente metropolitana di superficie), e un profluvio di iniziative più d’immagine che di sostanza (come aver inserito nello Statuto la possibilità di referendum consultivi sull’autodeterminazione, problemone vero ma che sanno anche i sassi essere destinato a rimanere una bandiera, il federalismo è passato di moda).

Tutto il resto è comunicazione. Ed è qui che Zaia, ad una settimana dal voto, può dirsi ampiamento soddisfatto. Perché, almeno stando ai sondaggi che lo danno sempre in testa con un distacco piuttosto largo (10% o poco più), la scelta del profilo basso, da un lato non abboccando alla trappola di rispondere agli attacchi (soprattutto della Moretti, che non segue affatto il “metodo Renzi” di non parlare male degli avversari, e ci mancherebbe), e dall’altro non facendo il gradasso nell’usare toni trionfalistici (ingiustificati e ingiustificabili, specie nell’attuale temperie di rigetto cronico per la politica), questa scelta di understatement sta indubbiamente pagando. Il rovescio negativo sta nel fatto che una tensione così bassa, da parte del governatore, può avere un effetto anestetizzante sull’elettorato, che già di suo è affetto da astensionismo galoppante. Zaia cerca di compensare facendo appello alla “pancia”, come si dice (e senza nessun giudizio moralistico: anche la pancia ha i suoi diritti), per esempio sparandole grosse sull’immigrazione (come politico può avere straragione sul fallimentare immigrazionismo del centrosinistra, ma come amministratore non può far passare il messaggio, istituzionalmente devastante, che fra Regione e Prefetture lo scazzo è permanente) e ancor più grosse sulla sicurezza (nel confronto all’americana su SkyTg24 ha invocato l’esercito nelle strade: ma per piacere, mica siamo in Libia). Tirando le somme, come comunicatore è il migliore (al suo confronto, Tosi sembra lì solo perché roso da rancore personale, e la Moretti non fa che rincorrerlo, vedi ultimo hashtag #iononscelgozaia, dando a intendere anche ai propri fans che Zaia sia in vantaggio), mentre come politico esegue il suo spartito di leghista di origine controllata, e come amministratore è sospeso sul crinale fra sufficienza e insufficienza, pendente verso quest’ultima (ma porta il peso storico di qualche errore che è più un orrore, vedi la Pedemontana che poteva avere valide, meno costose e meno impattanti alternative).

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