Grande Guerra, gli Olimpici e il Chiericati “perduto”

Un convegno dell’Accademia Olimpica sul ’15-’18 da riflettere sul senso di quest’istituzione. E sull’uso del museo civico

La Grande Guerra: il primo conflitto mondiale, iniziato in Italia nel 1915, apre la strada di sangue che con innumerevoli direzioni ha solcato l’intero ventesimo secolo. L’inutile strage, secondo le accorate, e allora detestate, parole di Benedetto XV, è guerra di trincea; il che significa, per le nostre regioni nordorientali, guerra di montagna, di indicibili fatiche in zone impervie, ignote a molti dei fanti chiamati a fronteggiare un nemico vicinissimo, quasi visibile, per contendergli a qualunque prezzo un quotidiano palmo di terra. A ridosso delle linee di battaglia si stende la pianura veneta, fitta di paesi e città lambite dal fronte: un territorio denso di popolazioni accomunate dall’identica ansia e dall’incertezza sul futuro, eppure pronte a fungere da supporto e aiuto alle truppe.
A questa “guerra delle retrovie” l’Accademia Olimpica ha dedicato il convegno di studi tenutosi a Vicenza il 19 e 20 maggio. Tra i molti argomenti, si è ricordato l’impegno delle autorità cittadine nella salvaguardia e protezione di importanti manufatti artistici, pur tra pesanti difficoltà e problemi: per timore di future incursioni aeree, ancor prima che scoppiassero le ostilità si è infatti provveduto a ricoverare in luoghi sicuri opere d’arte, si sono coperti monumenti insigni e altari nelle chiese.

E mentre si proteggeva per quanto possibile il patrimonio d’arte delle nostre città, sono andati al fronte gli artisti, parte anch’essi del contributo di vite offerto da un’Italia ancor fresca di unità alla causa di quello che diverrà il primo grande macello del secolo breve. Hanno poco più di vent’anni, questi artisti vicentini. Come Miro Gasparello, uno dei migliori talenti del nostro primo ‘900, che si arruola volontario nel 1915 e nel ‘16 muore prigioniero nel campo serbo di Stara Pazova. “Un grande pittore,” scrive di lui Gino Barioli dedicandogli un’ampia retrospettiva al Museo Civico nel 1974, “costretto dal destino a maturare solo la sua splendida giovinezza.”
Partono Pierangelo Stefani, Carlo Potente, Giuseppe Zanetti, gli artisti della Scuola dell’Accademia Olimpica, animati dallo spirito battagliero che infiamma al tempo un gran numero di giovani. Stefani rientrerà mutilato, il volto devastato dallo scoppio di una bomba. Tutti risentiranno a lungo dell’esperienza bellica e lo testimonieranno in opere dai titoli evocativi.
L’artista-soldato di maggior rilievo è però Ubaldo Oppi. Vicentino d’adozione, Oppi gode già d’una reputazione certa quando parte volontario. Combatte sulla Bainsizza, sul Pasubio e sul Badenecche, è prigioniero per tre mesi a Mauthausen, nel 1918: una lunga e dura conoscenza della guerra, che lo segna moralmente in modo profondo.
Come numerosi reduci, dopo il ritorno aderisce all’ideologia fascista, leggendovi l’amor di patria che l’aveva esaltato in giovinezza. Negli anni a seguire la sua fama si consolida e amplia. Nel 1941 è richiamato alle armi; rientra nel ‘42 a Vicenza e vi muore nello stesso anno. Nel 1969 Licisco Magagnato gli dedica una retrospettiva con opere precedenti il 1921, anno in cui Oppi aderisce a Novecento, il movimento creato da Margherita Sarfatti: un momento cruciale nel percorso creativo di questo artista complesso, sensibile e rigoroso, il quale riflette nell’evoluzione della propria cifra stilistica le problematiche culturali che caratterizzano il nostro Paese durante i decenni di travagli e contrasti destinati a sfociare negli orrori del secondo conflitto mondiale. Dei lavori esposti a Palazzo Chiericati da Magagnato fanno parte anche alcuni dei disegni realizzati a Mauthausen.

Un unico speciale filo conduttore lega le opere di questi giovani relative al periodo bellico. Non rappresentano battaglie, né sono la cronaca per immagini delle sofferenze patite nella vita di trincea; ad intriderne la sostanza è il dolore degli altri, dei “rimasti”, la gente desolata delle retrovie, sopraffatta da solitudine, tristezza e povertà.
L’aver evidenziato anche tale aspetto della partecipazione di Vicenza alla guerra del 1915-18, non secondario rispetto al tema generale del convegno, è stata una scelta lodevole dell’Accademia Olimpica. Ma ancor più lo sarebbe se a corredo di quanto detto si fosse promossa a Palazzo Chiericati una pur piccola ma significativa mostra delle pagine attraverso le quali gli artisti hanno documentato i sentimenti provati in quei giorni penosi. Si tratta di creazioni facilmente reperibili, i collezionisti sono noti e inoltre il nostro museo già ne possiede un congruo numero. L’operazione, poco costosa, avrebbe pure consentito di colmare il vuoto lasciato inspiegabilmente aperto dall’esposizione di Palazzo Leoni Montanari, dove, tra i molti nomi non sempre di rilievo, non figura alcun vicentino. Neppure Oppi, personalità tutt’altro che trascurabile.

Oggi, poi, un’iniziativa del genere potrebbe comprendere anche un prestito eccezionale, quello della tela di Carlo Potente, “La cena dei rimasti”, ritenuta ormai perduta da anni, ma ritrovata in una collezione genovese. Perché non cercare di farla conoscere ai vicentini, in una ricorrenza importante come questo centenario? Purtroppo, però, Palazzo Chiericati appare irrimediabilmente svuotato delle sue funzioni istituzionali: una sorta di “non luogo” governato da chissà chi, dove si chiacchiera molto e si realizza di tutto, in deroga alle norme statutarie, quando non in contrasto.
Sembra pertanto del tutto utopico immaginare una collaborazione tra le due massime istituzioni culturali della nostra città, sempre che si voglia credere ad eventuali buone intenzioni in proposito da parte dell’Accademia Olimpica. La quale non gode invero di ottima salute e l’ha dimostrato una volta ancora proprio con il convegno,  che ha stipato in due mattinate un numero enorme di interventi sul tema previsto, sacrificando allo scopo relazioni interessanti in tempi ridottissimi; ovviamente con risultati di scarsa efficacia, giunti al totale disinteresse di uno dei due licei coinvolti nelle sedute pomeridiane, il liceo scientifico Quadri,  dove si è offerta agli oratori un’aula deserta. Non così al vecchio liceo classico Pigafetta, fortunatamente: ma la brutta esperienza vorrà pur significare qualcosa, al di là della cattiva educazione degli assenti.

Da anni l’Accademia soffre di un cronico diradarsi di pubblico ai suoi incontri. La situazione non è migliorata neppure durante la presidenza di Fernando Bandini, uomo di cultura e prestigio indiscutibili. Gli accademici stessi latitano, divenuti sempre più spesso presenze fantasmatiche nella vita culturale di Vicenza, dediti come sono all’appartata contemplazione di sé. Alla superficialità di un’istituzione fa eco l’immobilismo dell’altra. Le unisce un unico rischio: così si spegne l’intelligenza di una città.