Venezia ha bisogno di un “sindaco di guerra”

La nuova “Città metropolitana” al voto: appunti e proposte per una “ricostruzione”

MISURE SPECIALI
«Venezia ha bisogno di uno statuto speciale perché è una città speciale con speciali problemi che richiedono particolarissime competenze e urgentissime decisioni. Non siamo qui a dar consigli: non ne abbiamo la qualifica. Ma la costituzione di un organo dotato di ampissimi poteri non è un consiglio. E’ un inderogabile necessità (…) E siccome il salvataggio di Venezia é un’operazione – non nascondiamocelo – gigantesca, che forse va al di là delle nostre possibilità, c’è da chiedersi se quest’organo non vada ancorato a qualche autorità sovrannazionale. Non ci sarebbe nulla di straordinario perché Venezia non è un patrimonio soltanto italiano, ma del mondo civile». Era il 22 novembre 1968 quando Indro Montanelli sul Corriere della Sera lanciava questa proposta estrema. Erano passati 2 anni e 18 giorni dalla violentissima alluvione che inondando il Nord Italia aveva sommerso il capoluogo veneto. 47 anni dopo, Venezia é ancora e sempre a rischio. E non solo non ha imparato la lezione, ma su quell’immane allagamento ha via via creato nei decenni un mostro, il Mose, che ha risucchiato 5 miliardi di euro – di cui 1 in tangenti gestite dall’onnipotente Consorzio Venezia Nuova, secondo il grande (auto) accusatore Piergiorgio Baita – che, a dodici anni dalla posa della prima pietra, con benedizione dell’allora patriarca Angelo Scola, e a due anni dall’inaugurazione delle prime quattro paratoie, presenti l’ex ministro Maurizio Lupi, il governatore veneto Luca Zaia e l’intera sfilza di autorità veneziane, è già sotto attacco della Natura, che giustamente non perdona.

LAGUNA CORROTTA
Venezia, ci piaccia o no, e ovviamente a noi non piace, è diventata la capitale della corruzione. Scrivono Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri nel pregevolissimo “Corruzione a norma di legge” (Rizzoli, 2014): «il Consorzio Venezia Nuova è riuscito a prosperare per tre decenni trasformandosi in una piovra che ha corrotto e anestetizzato… l’intera società veneziana. Non si è trattato solo di pagare tangenti per ottenere i lavori, prassi riprovevole, e illegale, oltre che sicuramente inefficiente. Si sono sistematicamente corrotti organi dello Stato quali, ipotizza la magistratura, presidenti del Magistrato alle Acque e un governatore della Regione», quel Giancarlo Galan che ha finito col patteggiare ma che resta vergognosamente a presiedere la Commissione Cultura (sic!) della Camera dei Deputati, con relativo emolumento pagato da noi fessi contribuenti. Un “sistema”, come si usa dire, di cui hanno tratto vantaggio – e questo non si usa dire, invece – non solo imprenditori corruttori e politici corrotti, ma anche le banche colluse, coi tassi di interesse stabiliti dallo stesso Consorzio a loro beneficio e pagati da Pantalone; l’alta burocrazia pubblica, tramite i contratti di consulenza e i collaudi delle opere; enti religiosi (in primis la Fondazione Marcianum, creatura di Scola e il cui presidente per anni è stato lo stesso del Consorzio, ovvero Mazzacurati), associazioni culturali, politiche ed economiche. Un sistema che non tollerava oppositori né dissidenti: nel 2008 il Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, venne cacciata a pedate perché aveva osato contraddire il Consorzio in merito ad una decisione tutto sommato secondaria, ossia le cerniere che permettono il movimento delle paratoie. Via, raus, fora dae bae.

RICOSTRUIRE
Sulle macerie morali e finanziarie del Mose si sono poi ammassati altri problemi su problemi, cumulandosi in un compito immane che il sindaco che uscirà dalle urne del 31 maggio da una rosa di nove candidati dovrà affrontare con spirito post-bellico. Come ci fosse da ricostruire dopo una guerra. Dal 4 giugno scorso, quando l’ex primo cittadino Giorgio Orsoni (Pd) e la sua giunta sono stati spazzati via dall’inchiesta Mose, il commissario Zappalorto ha fatto quel che poteva per contenere un allarmante buco di bilancio derivante dal draconiano taglio di trasferimento statali, tagliando gli stipendi dei dipendenti (che hanno risposto con l’agitazione permanente). Ma nulla ha potuto contro il declino del Casinò, che è sotto di 6 milioni di euro e gira al Comune la modesta cifra di 25 milioni. Tanto meno s’intravede una soluzione per arrestare il declino demografico che sta rendendo Venezia una città sempre più spopolata e sempre più straniera: i non italiani sono ormai 33 mila, su 264 mila abitanti in totale (Mestre comprese, 56 mila in centro storico). La pressione fiscale è al massimo, con l’addizionale Irpef schizzata allo 0,8 per cento. Ma è aumentato tutto, dall’Ici/Imu ai biglietti Actv. Commercio abusivo nel cuore cittadino e microcriminalità a Mestre non sono il miglior biglietto da visita per i 23 milioni di turisti che ogni anno sciamano per le calli, e che restano il patrimonio per eccellenza di questo gioiello mondiale incrostato da scandali e minacciato da piani pericolosamente faraonici. Come il porto off-shore, che ha tutte le sembianze di una nuova macchina aspira-soldi (pubblici), visto che la società a cui l’Autorità portuale ha commissionato il progetto, la Thetis, è composta dalle stesse aziende al lavoro sul Mose. Grande sponsor dell’operazione è il presidente dell’authority, quel Paolo Costa del Pd che più volte, anche di recente, ha teorizzato la “democrazia efficiente”, cioè in pratica un regime di sua concezione in cui il consenso popolare dev’essere subordinato al superiore interesse dell’economia. Tradotto: che comitati e amministrazioni non rompano le scatole, le grandi opere s’hanno da fare e basta. E non importa se l’Autorità portuale è incaricata di vigilare sui traffici lagunari e al tempo stesso controlla il Venice Terminal Passeggeri, che incamera utili grazie a quei traffici. Il controllore non potrà mai dar contro al controllato.

PROVOCAZIONI
La laguna non è la baia di Acapulco. E’ un ecosistema fragilissimo. Invece si immaginano dighe, porti, darsene, si fanno transitare navi mastodontiche, in una rincorsa al gigantismo che è l’equivalente di una danza della pioggia per invocare un’altra bella alluvione biblica. Di questo passo, fra qualche decennio non ci sarà più alcuna laguna e Venezia, svuotata dei veneziani, sarà ridotta ad un luna park. A questo punto, suggerisce il liberista intelligente Giavazzi, tanto vale affidarla alla Walt Disney. Non è una battuta: nel 2006 il magazine inglese Observer citò l’esempio di Orlando, in Florida, i cui flussi turistici sono gestiti dalla corporation statunitense in questo caso sì, con efficienza e profitto. Ma la provocazione serve a fissare un’idea-guida: mai più un soldo pubblico senza un progetto, possibilmente rispettoso della peculiarità ambientale della patria dei Dogi. Magari creando le condizioni perché chi vi lavora possa anche vivervi, per esempio dando un freno alla conversione degli appartamenti in bed&breakfast, o incentivando la vivibilità per gli universitari (anche e soprattutto stranieri), che facciano vivere la città. Il motto potrebbe essere, suggerisce sempre Giavazzi, “un turista cinese in meno, uno studente cinese in più”. E infine, facendo attraccare le grandi navi a Marghera rilanciando così l’area, e non allargando il Canale Contorta come piace agli armatori e al solito Costa. Non c’è da invidiare il prossimo sindaco, che sarà il primo di una Venezia “città metropolitana”. Sarà un “sindaco di guerra”. O meglio, da dopo-guerra.