5 anni di Zaia, nodi irrisolti/2: eredità Galan

Ambiente, cemento, cave: c’è ancora molto Galan nel quinquennio del governatore leghista

«Negli ultimi 40 anni il Veneto ha perso il 18% della superficie coltivata, una perdita equivalente all’intera provincia di Rovigo. Urbanizzazione, infrastrutture e abbandono di pascoli e campi hanno sottratto 1800 chilometri quadrati alle imprese agricole. Il territorio bellunese è quello dove il consumo di suolo agricolo è stato maggiore, meno 36%, seguito dal Vicentino (meno 34%) e dal Trevigiano (meno 22%)». È il 23 maggio 2013, le agenzie di stampa venete battono un lancio che diffonde dati allarmanti sul consumo del suolo. A rendere pubblico quel dossier non è un comitato di ambientalisti o una associazione che si preoccupa per la tutela del suolo, ma il Centro studi statistici del Consiglio regionale del Veneto. Quel giorno a depositare gli atti negli archivi di palazzo Ferro Fini è il presidente del consiglio Clodovaldo Ruffato in persona, allora nel Pdl oggi in Ncd che in quell’occasione fa sapere che il bilancio sul piano ambientale è «drammaticamente in rosso».

TRA POLITICA E NARRAZIONE
E così, come in un film che si riavvolge al contrario, la pellicola delle ultime sciagure che si sono abbattute sul Veneto vengono proiettate sullo schermo della storia recente. Refrontolo, le alluvioni del 2012 e del 2011 fino a quella di Ognissanti del 2010. Anno in cui in primavera si tengono le regionali e che Luca Zaia del Carroccio stravince ammiccando al mondo ecologista, annunciando guerra agli Ogm, cenando pure con Carlo Petrini di Slow Food. Questa è la narrazione, ma sul piano sostanziale la maggioranza che ha retto le sorti di palazzo Ferro Fini e quelle di palazzo Balbi che cosa ha fatto di concreto per la tutela del suolo? Zaia e i suoi durante gli ultimi 18 mesi (Vvox.it ha già affrontato la questione) hanno snocciolato cifre su cifre citando le centinaia di milioni di euro investiti per iniziare o riammodernare alcune opere di difesa idraulica come le casse di espansione e sicurezza nel Veronese, gli argini di contenimento nel Padovano, i bacini attorno a Vicenza e in valle dell’Agno. Sono ambiti in cui la regione, spesso di concerto con gli enti locali si è mossa dando il via in diverse occasioni al lavoro delle ruspe e degli operai.

LA DURA REALTÀ
Ma la giunta, assieme alla sua maggioranza in aula, ha scelto di seguire il solco degli esecutivi regionali degli ultimi trent’anni. Ovvero quello di intervenire dopo il guaio e mai per prevenirlo con una dura stretta sulle costruzioni. La rappresentazione plastica di questa sconfitta arriva proprio dal presidente Ruffato che non più di pochi giorni fa ha raccontato ai media regionali quale sia il suo maggiore cruccio: amministrazione e maggioranza non sono state in grado in grado di votare una serie legge sul consumo del suolo.
E ancora. In tema di regime idraulico, uno dei temi più importanti in una regione dall’assetto delicato come il Veneto (fu la Serenissima che conscia del problema istituì il “magistrato alle acque”), c’è poi un problema di come vengono prese le decisioni che contano. «Le leggi che governano il flusso delle acque – ha più volte ironizzato il professor Luigi D’Alpaos, uno dei massimi esperti in materia – hanno ben poco di democratico». Le competenze, che dovrebbero in teoria essere accentrate in Regione, si dipanano in mille rivoli, a partire dai consorzi di bonifica, dalle comunità montane fino agli enti locali. Per cui alla fine il potere d’interdizione di questa o quella amministrazione, di questa o quella lobby, spesso pesa più del pericolo causato da una emergenza o da una situazione ambientale che si è cronicizzata. Anche da questo punto di vista la maggioranza si è ben guardata dal fare una pulizia sul piano normativo. Il che in diversi casi è avvenuto con la complicità silenziosa di alcuni settori delle opposizioni.
Il motivo? Gli enti intermedi, come succede pure per le partecipate, sono anzitutto un poltronificio ambito da molti, nonché dei moltiplicatori delle centrali di spesa le quali fanno gola a molti. Le considerazioni di mister spending review Carlo Cottarelli sono chiare al riguardo, ma anche il consigliere regionale Diego Bottacin, oggi nel gruppo Pensionati, si è espresso in questa direzione, scrivendoci addirittura un libro.

ZAIA E L’EREDITÀ DI GALAN
Ma che Zaia sul piano ambientale abbia deciso di proseguire la politica dell’era Galan è dimostrato da un altro fatto. I meccanismi con cui le strutture tecnico-burocratiche della Regione istruiscono e avviano i grandi interventi hanno una conformazione particolare. I piani territoriali che dovrebbero essere l’orizzonte più importante della politica regionale non sono in capo ai settori dell’ambiente, ma a quelli delle infrastrutture (anche se recentemente qualcosa è cambiato in tal senso, anche per le pressioni dell’opinione pubblica). Tradotto, la programmazione territoriale che è una delle architravi su cui si regge la politica regionale è de facto pensata in funzione dei grandi assi stradali e autostradali quando invece dovrebbe essere il contrario, perché «l’infrastruttura – come ripete da anni Edoardo Salzano, uno dei decani dell’urbanistica veneta – è un mezzo a disposizione della collettività per raggiungere un determinato scopo sociale, non è essa lo scopo, magari per appetiti particolari, dell’azione amministrativa». In questo senso una delle figure chiave è quella di Silvano Vernizzi. Uomo vicinissimo a Giancarlo Galan e Renato Chisso, pur avendo abbandonato una mole di funzioni e di incarichi in Regione, è rimasto ben ammanigliato ai vertici di Veneto Strade. Amche dopo che lo scandalo Mose.

CAVE, UN CASO ECLATANTE
E non è un caso, tanto per citare un altro esempio eclatante di rapporti delicati tra lobbismo e livello decisionale, che la recente proposta di legge di riassetto delle cave sia finita al macero, sebbene i veneti la aspettino dal 1982. «Nessuno – spiega un consigliere regionale della maggioranza che chiede l’anonimato – ha voluto prendere di petto questo o quel cavatore perché di riffa o di raffa i contributi di quelle imprese arrivano a molti politici. E poi c’è un altro fattore. Sappiamo che in quel settore o attorno a quel settore circolano anche capitali mafiosi. E tutti, compreso il sottoscritto, si sono ben guardati di infastidire, anche alla lontana quei soggetti. Mi vergogno a dirlo ma è così».

AL VOTO AL VOTO
Ovviamente nel mare magnum della contesa elettorale i distinguo messi nero su bianco dai protagonisti sono stati tanti, sia nel centrodestra, sia nel centrosinistra. Ci sono poi raggruppamenti come Altro Veneto che hanno fatto della denuncia di questo andazzo il loro vessillo. Lo stesso vale per il M5S che sulle grandi opere, specie la Spv, ha addirittura messo in rete in queste ore un video (un po’ spot elettorale un po’ denuncia) che contiene accuse a carico dell’attuale establishment, che circoscrivono fattispecie al limite del codice penale.
Difficile capire in quale misura questi temi incideranno sul voto di domenica 31 maggio. Ma una cosa è certa: il comparto ambientale «sarà uno dei terreni decisivi sul quale si giocherà la prossima consiliatura», lo dice anche il presidente della commissione territorio regionale Nicola Finco, della Lega Nord.

Clicca qui per leggere la prima parte dei nodi irrisolti dell’amministrazione Zaia