Consegne a domicilio, l’idea giovane di Moovenda

Non tutte le “start up” deludono: il successo di un gruppo di ragazzi romani

Le cose sono belle se fatte insieme. E per chi oggi si occupa di sharing economy l’affermazione è poco più che scontata. E così, ecco che in un’ora e ovunque si voglia, Moovenda permette di ricevere solo il meglio dei prodotti che una città può offrire, grazie a un sistema di logistica completamente digitalizzato che si basa su una community di oltre 100 fattorini, i moovers. Il vantaggio è duplice: i partner possono vantare un sistema di trasporti efficiente e il moover – spesso si tratta di studenti – utilizza il proprio mezzo per far fruttare il tempo libero. Basta uno smartphone e una bicicletta, una moto o un’auto. Il tempo è ben definito, un’ora. Non un minuto di più per la consegna del prodotto. In un momento come questo, dove la fuga di cervelli è pane quotidiano per i mass media, dove il tasso di disoccupazione giovanile in Italia ha toccato il 42,7% e dove spesso l’hastag #menevado (e simili) impera su Twitter, qualcuno ci insegna come l’alternativa per i giovani ci sia, eccome. Anche in questo Paese.

Roma, novembre 2014. A casa c’è un divano da smaltire, ma il servizio comunale non funziona un granché e così, Facebook ancora una volta diventa protagonista di un appello alla comunità online, alla ricerca di un furgoncino. L’inattesa richiesta di aiuto non passa inosservata per Simone Ridolfi, attuale CEO di Moovenda. Che nasce proprio da lì. Come racconta Simone, l’idea è stata quella di creare «un sistema di logistica basato su una community che potesse risolvere problemi quotidiani e migliorare lo spostamento delle merci all’interno delle città». La start up romana, primo servizio di consegne urbane intelligenti, è uscita vincitrice dalla Startup Weekend di Roma a fine 2014 ed è entrata a far parte del programma di accelerazione LUISS Enlabs. In sintesi, 60000€ ricevuti grazie ad un fondo d’investimenti, un ufficio in uno spazio di co-working nel centro della Capitale e tempo a disposizione per coltivare il nuovo progetto.

«Noi vogliamo investire in Italia. Abbiamo scelto consapevolmente di restare, perché qui il mercato è enorme, basta saperlo sfruttare. Per ora siamo concentrati sul mondo del cibo, ma l’idea è di riprodurre in futuro il concetto di anything delivered», puntualizza Filippo, responsabile marketing. Qualsiasi prodotto, in qualsiasi punto della città. Ma cosa vuol dire avere una startup? «Gli aspetti sono due, essenzialmente», precisa Simone Ridolfi, «da una parte è bellissimo, perché tutto dipende da te. Senti che stai costruendo qualcosa e quel che fai ti piace tanto. Io mi sveglio la mattina con la voglia di andare al lavoro. Di negativo, c’è l’altro lato della stessa medaglia: ancora una volta, tutto dipende da noi. Stiamo costruendo da zero e il rischio è alto se si considera che 9 startup su 10 falliscono». All’entusiasmo si abbina pertanto anche un senso di incertezza, colmato da un successo che sta portando Moovenda ad aprire i battenti a Milano già a fine mese. E poi ancora Torino, Bologna, Firenze.

E mentre in molti scappano da un Paese attorcigliato, inginocchiato su se stesso, c’è chi resta. Perché vuole restare. «E’ vero. In Italia è difficile più che in altri Paesi, come gli Stati Uniti, però qui, nel mondo delle startup, i giovani hanno la possibilità di accedere al credito. Nel settore, non manca il capitale, forse è una certa mentalità imprenditoriale a stentare ancora nel farsi strada».  Poi, la freschezza paga. «Essere giovani va ancora di moda e questo permette degli accordi commerciali. Certo, capita che qualcuno non si fidi perché non se la sente di affidare un prodotto a un “nome” che ancora sta crescendo». Un occhio, lo confessano, è già puntato su Padova.