Regionali venete, i 7 dell’urna selvaggia

Sei candidati governatore, ma il partito più forte è l’astensione. Analisi di fine campagna elettorale

E siamo arrivati al termine di questa campagna elettorale, finalmente. E’ stata tutto fuorché entusiasmante. E sì che i presupposti promettevano bene: dalle spassose stupidaggini della Moretti habitué dell’estetista, allla clamorosa rottura di Tosi con la Lega salviniana, fino all’ombra della magistratura sulla sanità made in Galan&Zaia (rimasta un’ombra), si poteva sperare in fuochi d’artificio e sparigliamenti di gioco. Invece nisba. Abbiamo dovuto subire un tono medio-basso tendente alla sonnolenza, specie nel governatore uscente che ha fatto di tutto per non buttarsi nella mischia dovendo giustificare un quinquennio anoressico, un prevedibile bla bla delle promesse (la candidata di centrosinistra sul podio, ne ha sparate a pallettoni), punte di accanimento di Tosi verso Zaia (si capisce: erano, benchè rivali, nello stesso partito e nella stessa maggioranza fino a due mesi fa), e qualche caduta di stile di candidati consiglieri senza il senso del ridicolo.

ZAIA, TU QUOQUE
Come scrivevamo la settimana scorsa, vuoi per ragioni politiche (ha governato col pilota automatico, il che a volte ha significato non fare danni, come nella sanità, o farne eccome, lasciando che il cemento continuasse a divorare suolo libero, o che le ruspe scavino infrastrutture che definire discutibili è poco), vuoi per convenienza mediatica (essendo in vantaggio, non concedere nulla agli avversari), el governator ci ha fatto addormentare tenendo il termometro delle sue esternazioni a livello glaciazione. Solo nell’ultimo scorcio ha pensato bene di alzare la temperatura: ed ecco l’impegno immaginifico di iniettare niente di meno che «1 miliardo e 360 milioni in un piano straordinario per il lavoro e l’impresa grazie all’Unione europea». Caspita, e saltano fuori solo ora? Quasi quasi, lo preferivamo in versione sound of silence, per dirla alla Simon&Garfunkel. Sui fatti e misfatti di questi suoi cinque anni, rimandiamo alle analisi fatte in queste settimane fino ad oggi (con qualche macchia piuttosto imbarazzante, vedi un intero Osservatorio sociale che non si capisce che fine abbia fatto). Voto: 5 e 1/2

MORETTI, TROPPO RENZIANA
«Una grande riforma del lavoro che incentivi l’occupazione dei giovani e dei cinquantenni che hanno perso l’impiego. Come? Aggiungendo ai 24 mila euro stanziati da Renzi altri 6 mila euro di bonus per agevolare i contratti a tempo indeterminato. E poi stop al tirocinio gratuito negli studi professionali: a chi assume stabilmente i giovani dopo l’apprendistato garantiremo la copertura del 50% del salario per due anni, mentre agli over 50 riserveremo un progetto avanzato di formazione e ricollocamento». Sì ok, e dopo? In questo puntuto e puntiglioso articolo, il nostro blogger Balzi metteva già in evidenza il deragliamento morettiano nel promettere tutto a tutti. Ma la pecca più grave dell’Ale è il suo renzismo troppo spinto: poca, poca, poca sostanza. Di tutto quel che ha detto non è rimasto impresso nessun grande concetto, nessuna travolgente proposta. Aridatece Bersani e le sue metafore surrealiste. Almeno si rideva di gusto. Voto: 5

TOSI, DETTO DUE FACCE
C’era il Tosi nemico interno di Zaia per la leadership della Lega in Veneto (per modo di dire: Zaia non è uomo che sa gestire un partito, Tosi anche troppo). E c’è il Tosi anti-leghista di oggi. In mezzo, appena due mesi di differenza. Vero è che la diversità di vedute del sindaco di Verona rispetto alla linea del capo Salvini era già emersa abbondantemente nell’ultimo anno, e altrettanto comprensibile che, essendo stato espulso, ora picchi duro anzitutto contro l’ex casa madre. Ma un po’ di pudore, nell’accusare l’amministrazione che sosteneva fino a pochissimo tempo fa, non guasterebbe. Se in cinque-anni-cinque la maggioranza trainata dalla Lega non ha combinato granché, è anche responsabilità sua. Praticamente, la sua è una campagna di auto-accusa. Inutile quindi ora far sognare macroregioni, ticket sanitari aboliti, bolli auto dimezzati, addirittura zone franche defiscalizzate. Fa la stessa figura di Zaia: promette ciò che poteva realizzare anche prima. Con in più la scarsa credibilità del divorziato che eccede in zelo accusatorio verso l’ex partner. No, proprio non ci siamo. Voto: 4

BERTI, BUONA OPPOSIZIONE
Il trentenne candidato presidente del Movimento 5 Stelle, Jacopo Berti, punta tutto o quasi sul reddito di cittadinanza regionale. Ma quanti ne avremo, di redditi di cittadinanza? Se va in porto quello nazionale (faremo ora ad avere i capelli bianchi, anzi a calare nella tomba), Berti non si accontenta e sostiene che tagliando gli sprechi regionali si possono trovare i quattrini per più di 3 miliardi per un reddito tutto veneto. Mah. Il suo programma è perbenino, ammodino, tranne in un punto (che lo accomuna per altro alla sinistra rossoverde): il no a grandi opere e maxi-infrastrutture, sostituendole con le autostrade informatiche. Qui, effettivamente, una buona carica rivoluzionaria, in direzione ostinata e contraria al senso comune troglodita dei cantieri su cantieri, c’é. Il vero atout dei grillini è che sono vergini, quindi onesti, incolpevoli e pieni di buone intenzioni. Faranno un’opposizione degna di questo nome, almeno quanto a buona fede. Come risultati, vedremo. Voto: 6 e 1/2

MOROSIN L’IDEALISTA
Alessio Morosin tiene alta la bandiera dell’indipendenza veneta senza se e senza ma. Nessuno lo ha avvertito che non siamo la Catalogna, e l’Italia non è la Spagna. E soprattutto che, spiace dirlo (perché gli indipendentisti sono simpatici: checché se ne dica, sono degli idealisti), ma la maggioranza dei Veneti, pigra e conservatrice, a staccarsi dall’Italia non ci pensa neanche lontanamente. Le secessioni, come le rivoluzioni, son sempre state violente: uno Stato non si auto-amputerà mai volontariamente. Quindi, di quale legge parla Morosin, per dare voce ai cittadini? Voto: 6

DI LUCIA COLETTI, SINISTRA DI BANDIERA
Cita Bergoglio (ormai la sinistra è ridotta a incoronare come suo guru il Papa: Gramsci si starà rivoltando nella tomba). Attacca il neo-liberismo (d’accordo, ma la Regione non é il governo centrale). Mette alla berlina la commistione destra-sinistra sugli affari, come il M5S (e qui si centra in pieno il punto, c’è poco da fare). Ma al di là di tutto, la sua corsa pare la classica battaglia di testimonianza per marcare le distanze dalla sedicente sinistra del Pd e manutengoli vari. Iddio protegga i piccoli e le minoranze, sia chiaro. Specie nei mitici “territori”, cioé fra i comitati e le associazioni. Ma purtroppo a condurre i giochi sono i grossi calibri. Voto: 6-

PARTITO ASTENSIONISTA
E’ il primo e più forte partito. Dai voti che prenderà, a seconda di quanto sole farà domenica, scaturirà l’esito di queste elezioni regionali. Danneggerà sicuramente il campo di centrodestra, ma anche la Moretti potrebbe risentirne (gli elettori del Pd liquido, quelli della sinistra interna che disprezzano la Moretti traditrice di Bersani, e quelli che recentemente hanno scelto Pd per Renzi, magari provenendo da Forza Italia, potrebbero essere tentatissimi dal saltare l’urna). I più savi e nient’affatto qualunquisti fra chi si asterrà, magari si asterranno dopo aver avuto sott’occhi pubblicità e trovate elettorali ai limiti dell’immaginabile: la fascio-forzista Donazzan col faccione sui pacchi di pasta, il renziano Marchioro col santino che lo ritrae vestito da Superman, lo stesso Berti che in fotomontaggi, per carità scherzosi ma fuori tempo massimo, fa il verso al Berlusconi d’antan, quando Berlusconi se lo ricordano ormai solo quattro vecchiette orfane di Mike Buongiorno, il logorroico Brunetta e l’editorialista del Giornale (di famiglia) Porro.
A parte il numero di astenuti, che potrebbe, chissà, regalare qualche sorpresa, la nostra curiosità è quante schede verranno annullate per aver scritto sopra il nome del candidato (im)possibile Manfro, l’alfiere del “Bere comune”. Se l’ironia dissacratoria fosse sufficiente per andare al potere, lui sarebbe già il nostro Presidente della Regione Veneto. Voto: 7