Moretti, candidata sbagliata. Zaia, vince la continuità

Le ragioni del tonfo del centrosinistra e del trionfo di Zaia

L’immagine-simbolo delle elezioni regionali di ieri è una foto a dir poco agghiacciante: il premier Matteo Renzi che gioca alla playstation con un certo Orfini, mentre il renzismo, combinato con gli aspetti deteriori della partitocrazia made in Pd, consuma una sconfitta politica, ancor prima che elettorale, mica da ridere (Toti, sic!, che vince in Liguria, i candidati-governatori non renziani che ce la fanno, come Emiliano in Puglia, mentre quelli renziani perdono, Lega e Movimento 5 Stelle che avanzano ovunque). Si dirà che le regionali, assimilabili ad un voto mid-term, cioè di test per l’operato del governo, solitamente puniscono il governo in carica. Si dirà che Renzi ha sottovalutato l’astensione alla sua sinistra, a cominciare dalla sua sinistra interna. Si dirà che l’onda anti-sistema si è gonfiata anche da noi, come in Spagna. Si dirà tutto e il suo contrario, ma Renzi che minimizza e fa il piacione persino quando si prende le mazzate, è il segno che l’autocritica non è proprio il suo forte. Se n’è andato in Afghanistan, pur di non parlare delle regionali…

DE MENECH, TI DIMETTI?
Speriamo che autocritico lo sia il Partito Democratico (e cespugli) in Veneto. Un segretario regionale, Roger De Menech, che non fa una piega, farfugliando il discorsetto rituale di auto-assoluzione («abbiamo fatto tutto il necessario») è il sintomo dell’esatto contrario. Fossimo al posto suo, con un Pd al 16% (era al 21% alle politiche 2013 e al 20% alle regionali 2010), e un’operazione-Moretti clamorosamente fallita, un pensierino alle dimissioni, anche sapendo di vedersele rifiutare, lo faremmo. Non si venga a dire che l’anno scorso le europee regalarono un ragguardevolissimo 37%, da queste parti, né tanto meno si faccia menzione delle 230 mila preferenze andate alla Moretti: primo, perché le europee sono una sorta di voto in libertà, perché non mettono in campo interessi e problemi precisi (locali, come nelle amministrative); secondo, perché quelle vette furono raggiunte da Renzi, solo da Renzi e unicamente da Renzi, e infatti montagne di crocette le ebbero pure altre donne non particolarmente dotate di seguito e peso personale, come la Picierno o la Bonafé.

DELUSIONE TOSI
Questa volta il Pd ha perso consensi per l’astensionismo, sia di destra (perchè il Pd non è più classificabile come un partito di “sinistra”) che di sinistra (il rigetto alla Camusso, per intenderci: gli schifati dal renzismo markettaro, identificato nella leggerezza verbale e disinvoltura politica della Moretti, un rifiuto che però non ha premiato l’improvvisata lista rossoverde della sconosciuta Di Lucia Coletti). Ne ha persi perchè qualcuno ha perfino votato Flavio Tosi, che dal canto suo, ben lungi dall’agguantare il 15%, ne è uscito malconcio (non è arrivato primo neppure nella sua roccaforte, Verona, dove Zaia lo stacca di 11 punti e lui si ferma al 26,7%). E ha perso, il partitone appoggiato dagli industriali che un tempo sostenevano e foraggiavano Forza Italia, perchè ha sbagliato candidata. Basta vedere quanto ha raccolto la lista Moretti: neanche il 4%.

MARKETING SUICIDA
A suo onore, bisogna sottolineare che l’Ale si è fatta un mazzo così. L’impegno c’è stato, chiusa nella gabbia comunicativa della Dotmedia (fra parentesi: uno che ha co-firmato un flop così colossale come Donnini della suddetta agenzia, dovrebbe andare a nascondersi in un igloo fra i ghiacci dell’Artico, a promuovere l’immagine degli orsi polari). Il fatto è che le hanno cucito addosso un vestito che non era il suo: per una campagna spavalda, ottimista, d’attacco, a tappeto sul territorio, insomma per una campagna à la Renzi, ci voleva un Renzi. La Moretti non era adatta, perché per quanto possa essere privatamente simpatica, quando fa il politico genera antipatia, con quella sicumera, quegli slogan a macchinetta, quella frasi imparate a memoria, quel tono saccente, il tutto combinato con la nota, irrefrenabile tendenza alle gaffes che sappiamo. In una parola: come presidente della Regione, non era una figura credibile. Tuttavia, le va riconosciuto il coraggio di averci provato, contro il fortissimo Zaia. Forse soltanto un altro avrebbe potuto correre, per perdere ugualmente ma meno peggio di quanto abbia fatto lei: Achille Variati, il suo ex sindaco (beffa finale: a Vicenza, la sua Vicenza, la Moretti è andata sotto di 20 punti rispetto alla coalizione zaiana). Ma la genialità di certi espertoni di marketing elettorale, dimentichi della lezione basilare per cui con un prodotto scadente anche la pubblicità migliore non funziona, ha fatto credere a qualcuno che lei, catapultata nell’empireo nazionale dal nulla, priva del magic touch da imbonitore di Matteo, avrebbe potuto dar filo da torcere al governatore uscente.

ASTENSIONISMO TRASVERSALE
E invece non solo non gli ha fatto nemmeno il solletico, ma si è inabissata al 22%, peggio di qualsiasi altro nella storia del centrosinistra veneto. Zaia (50%), standosene intelligentemente sotto coperta, ha saputo far leva sull’aura di concretezza del suo quinquennio, in gran parte immeritata, e sullo spirito moderato del veneto medio; e quel che ha perso (400 mila voti meno del 2010, quando prese 1 milione e 528 mila preferenze) lo ha perso a favore dell’astensione. Ma lui, l’ex pr con un solido passato di amministratore alle spalle, personalmente ha fatto il botto: la sua lista ha avuto il 23%, surclassando anche la Lega Nord (17%). In questo ha ragione la Moretti: ha stravinto Zaia, non Salvini. Ma ciò conferma che la sfida fra i due era impari, fin dall’inizio. Non c’era partita. Non c’è mai stata.

CONTINUISMO
Chiudono l’indipendentismo di testimonianza di Morosin (2,5%) e il risultato in chiaroscuro del grillino Jacopo Berti. Il Movimento 5 Stelle (11%) ha fatto senz’altro meglio del 2010, quando era nato da poco e afferrò appena il 2,5%. Ma ha fatto peggio rispetto alle altre regioni (in Puglia, per dire, è il primo partito, mentre in Liguria ha ottenuto un 24% di tutto rispetto). Berti non ha scontato tanto la storica debolezza del grillismo senza un ubiquo Grillo, fenomeno in via di superamento grazie all’irrobustirsi della classe dirigente pentastellata, quanto meno a Roma; ha subìto la morsa stritolatrice da una parte di uno Zaia incontrastato presidiatore della destra (quindi: niente voti transfughi di protesta, perché Zaia ha incarnato anche quella, in funzione anti-governo, si pensi all’immigrazione, e per il resto c’era l’imperversante Salvini), e dall’altra, del mancante voto arrabbiato tout court: i veneti sono facili al mugugno, alla fronda e anche alle contestazioni, ma sempre pragmaticamente, terragnamente, come i contadini di una volta. Ergo, niente avventure idealiste, niente cambiamenti radicali. Meglio la continuità – pensa Toni Mona, che poi mona non é, é solo, fondalmentalmente, conservatore. Meglio tenersi, nonostante non si ricordi un suo atto storico, o forse proprio per questo, chi c’è già, chi c’era anche con Galan, e che ora non ha più alibi per andare sul concreto, visto che avrà in mano una maggioranza tutta sua, purché faccia il presidente e governi il consiglio regionale, possibilmente facendo più attenzione ad assessori e dirigenti: Luca Zaia, El Governator.