Pedemontana, espropriati: «e i nostri soldi?»

Gli indennizzi non arrivano. La Regione: mancano le coperture. Finirà come per la Valsugana?

Nuova legislatura in Regione, vecchi problemi. La prima grana per il riconfermato governatore Zaia si chiama Pedemontana Veneta. La discussa superstrada che collegherà Montecchio Maggiore a Spresiano si trova nell’occhio del ciclone non per le proteste ambientaliste o dei comitati che ne mettono in discussione l’utilità, ma per quelle delle decine di imprese e privati cittadini espropriati e ancora in attesa di risarcimento. Il motivo? «Non ci sono i soldi». I cantieri della maxi-opera, dal costo complessivo di quasi 2,5 miliardi di euro, avanzano. Eppure da anni non si riescono a saldare i rimborsi che spettano di diritto ai cittadini.

Un’odissea iniziata cinque anni fa con la pubblicazione dell’elenco degli espropri e che da allora procede a singhiozzo, tra lavori a rilento e contenziosi. «L’ufficiale giudiziario è venuto a piantare i picchetti nel terreno il 5 agosto scorso – racconta Giovanni Calearo, di Montecchio Maggiore – dopodiché hanno stabilito l’entità del risarcimento in base alla metratura, senza però indicarne i termini e senza definire l’indennizzo per l’abitazione, che è a ridosso del tracciato. Non avendo i soldi per indennizzare né i terreni, né tanto meno le abitazioni, si sono riservati di contattarci in un secondo tempo, ma intanto il tempo passa e nessuno ha più saputo niente».

Calearo non è il solo a trovarsi in questo limbo burocratico, che comporta un danno economico per le aziende interessate dal tracciato della nuova arteria regionale. «Io sono in fase di immissione in possesso dall’aprile 2014 – spiega Matilde Cortese, titolare di un’azienda zootecnica a Pianezze – Mi vengono espropriati 38.000 metri quadrati, non è mica un fazzolettino di terra. C’è un danno aziendale importante: togliendomi l’equivalente dieci campi la mia azienda zootecnica non è più autosufficiente e non avendo ricevuto l’indennizzo non posso nemmeno acquistare nuovi terreni. In pratica mi viene negata la possibilità di produrre. Adesso stanno lavorando a ridosso dei miei terreni e la settimana scorsa è venuto il capocantiere a dirmi che dovrebbero cominciare con i lavori. Io ho risposto che senza accordo e senza soldi loro nella mia terra non entrano».

Una presa di posizione condivisa anche da Nereo Zonta di Cassola: «finché non si arriva a un concordato, nella mia proprietà non mette piede nessuno». Oltre al danno, la beffa: gli espropriati infatti continuano a pagare le tasse anche per le porzioni di proprietà espropriate. Come nel caso di Giuseppe Anzolin, al quale per il suo terreno a Mussolente spetterebbe un milione e seicento mila euro e che invece si ritrova in difficoltà economica: «La trafila è cominciata l’anno scorso, ma ora è tutto fermo. Da allora io non ho più reddito e pago pure le tasse su quello che mi hanno preso. Arrivati a questo punto, l’indennizzo è il minimo».

La rabbia e la frustrazione sono palpabili, trovandosi costretti a rincorrere le istituzioni per vedersi corrisposto il  dovuto in un estenuante braccio di ferro. «Non si può costruire un’opera senza avere i soldi per farla», protesta Calearo, mentre c’è chi domanda a Zaia, ex ministro dell’Agricoltura, «quali idee abbia per lo sviluppo del settore», invocando la fine dello «spreco di suolo agricolo».
«A Zaia chiedo che la nuova strada abbia il minore impatto possibile – conclude Zonta – e che gli espropri vengano pagati. Non vogliamo che si ripeta l’iter della Valsugana, dove dopo vent’anni c’è ancora chi sta aspettando i soldi che gli spettano».