Popolari venete, esposti Adusbef e interrogazioni M5S

Lannutti, leader dell’associazione consumatori: «che fine ha fatto la mia denuncia in Procura su BpVi?»

Chi si aspettava che il bailamme per il taglio del valore delle azioni di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza sarebbe piano piano scivolato verso l’oblio, ha fatto i conti senza l’oste. Sia perché i due istituti sono finiti sotto il tiro di diverse associazioni dei consumatori, con strascichi giudiziari anche penali; sia perché sono state e sono oggetto di un rilevante turn over nelle rispettive cabine di regia, specie in BpVi (ne ha parlato di recente proprio Vvox.it). Sia perché alcune testate regionali e nazionali hanno ricominciato ad accendere i fanali sulle due società: Veneto banca perno dell’economia della Marca e BpVi una delle architravi di quella berica.

Da qualche settimana nel domino bancario si è aggiunta un’altra tessera: quella politica. A metà maggio, infatti, è stata presentata una lunga interrogazione parlamentare (il senatore Gianni Girotto del M5S ne è il primo firmatario, con Enrico Cappelletti e Laura Botticci) nella quali i dubbi, le criticità e le accuse, che hanno preso corpo durante la primvera calda degli istituti veneti, sono stati riscodellati, con tanto di sospetti aggiunti in ultimo sul tavolo del ministro dell’economia Carlo Padoan. Nel testo c’è un passaggio che richiama l’ennesima querelle sulla trasparenza del rapporto tra controllore e controllato. «Certo è che la Popolare di Vicenza – si legge nel documento depositato agli atti del Senato il 14 maggio scorso – ha sempre fatto il possibile per mantenere ottimi rapporti con i suoi controllanti. A Vicenza a nessuno è passato inosservato l’acquisto del prestigioso Palazzo Repeta, storica sede di Banca d’Italia che la banca centrale è stata costretta a lasciar chiuso per cinque anni perché non riusciva a venderlo. Fino a… quando si è fatta avanti la Popolare per comprarlo».

Ma se gli addebiti a Veneto Banca, almeno quelli penalmente più connotati, si sono materializzati in primavera poche ore prime dell’assemblea del 18 aprile, i dubbi sulla congruità del reale valore delle azioni della Popolare di Vicenza si erano materializzati già nel 2004. Era stata l’associazione dei consumatori Adusbef per prima a porsi una serie di domande poi sfociate in un esposto presentato nel 2008 alla Procura della Repubblica di Vicenza e «recentemente integrato», ci spiega Elio Lannutti, leader storico dell’associazione, un passato da senatore nell’Idv e un presente da saggista specializzato nei temi che legano finanza, mondo bancario e vessazioni ai danni del cittadino.

Lannutti non è tenero con la Popolare di Vicenza. Descrive il suo presidente, Gianni Zonin, come una sorta di dominus che dispiega la sua influenza grazie a relazioni di primissimo piano sia nella città del Palladio che in quella Eterna. Vede nell’ex ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio, «una delle figure di spicco di questo network», in cui troverebbe posto anche «l’attuale governatore della Bce Mario Draghi», già numero uno di Bankitalia. Lannutti chiede lumi alla Procura della Repubblica di Vicenza «in merito alle segnalazioni fatte negli anni» sul conto dell’istituto di via Framarin (la materia nel suo complesso sarà oggetto di un altro approfondimento di Vvox.it). Sul decreto del governo Renzi che impone la trasformazione in spa e l’apertura al mercato globale, scardinando l’istituto cooperativo per cui in assemblea il voto di chi ha una azione vale tanto quanto quello di chi ne ha mille o cinquemila, Lannutti la pensa come i critici della liberalizzazione, ovvero come le stesse popolari coinvolte. «Si tratta di una manovra – rimarca l’ex parlamentare – architettata dai signori della finanza internazionale in modo che il risparmio locale, raccolto e gestito, almeno in astratto, anche in ossequio a criteri mutualistici o solidaristici, finisca nel fondo Black Rock di turno. È vero che le nostre popolari la nostra fiducia spesso non se la sono meritata. Ma è altrettanto vero che il patrimonio umano rappresentato da tanti correntisti onesti non va immolato sull’altare della finanza pirata. Ed è per questo – aggiunge l’ex senatore – che auspichiamo un intervento della Consulta che sancisca come incostituzionale quel decreto», divenuto legge a fine marzo.