La Battaglia, foto dalla Palermo profonda

Scatti di impegno civile dalla Sicilia di mafia nella mostra a Montecchio Maggiore

Non c’è bellezza senza giustizia, titola la mostra dedicata a Letizia Battaglia, aperta fino al 12 luglio presso la Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore. Intorno al binomio “bellezza, giustizia” si articola l’eccellente percorso espositivo curato da Alberto Peruffo. Sfila sulle pareti la Palermo oscura della sopraffazione mafiosa, documentata da opere decantate da qualsiasi accento retorico come l’uso del bianco e nero consente alla perfezione: periferie dell’abbandono, dove convivono violenza e pietà, degrado e innocenza, dove “bello, giusto,” sono troppo spesso gli attributi impossibili d’un orizzonte perduto. Scatto dopo scatto, un accorato repertorio d’immagini intesse la rappresentazione di un’assenza, raccontando non bellezza e giustizia, che non è dato incontrare lungo le strade segnate dai corpi dei morti di mafia, ma antiche povertà e brutalità sempre nuove. Rigorose quanto commoventi, queste pagine sono assai più di una testimonianza. Le animano le ragioni profonde dell’impegno, civile, morale e sentimentale, che da sempre qualifica il lavoro della Battaglia.

Donna sulle barricate di una professione difficile e ritenuta esclusivamente maschile, sin dall’inizio si rivolge con una speciale attenzione al mondo femminile, vittima di secondo piano di gesti cruenti: mogli, madri, sulle quali ricade il peso di una sofferenza personale resa doppiamente grave dalla miseria sociale.
E’ la madre che in un angolo sudicio di garage corre verso un corpo steso a terra e coperto sommariamente da un telo, prefigurando che quel fagotto informe sia suo figlio; sono le tre donne vestite di nero sullo sfondo di un muro anonimo, intente in una sorta di libera veglia funebre accanto al morto ammazzato; ma è anche la bambina ripresa all’incrocio di vicoli fatiscenti, la borsa del pane tra le braccia, che morde il pane fissando l’obiettivo con uno sguardo già vecchio, torbido e sgomento.

Colpisce l’ineccepibile misura del linguaggio, rispetto a contenuti tanto aspri. Letizia Battaglia non impalca scene ad effetto dirompente per commozioni di superficie, mostra il divenire concreto della realtà quale appare tra le quinte di squallidi scorci urbani abitati da un’umanità senza speranza.
La sua cifra espressiva rimane scarna ed essenziale anche quando la fotografia sconfina al di là dell’immediatezza della cronaca e la ricerca d’arte si fa più evidente. Ne offre prova esemplare il ritratto di Rosaria Schifani, la giovane vedova di un uomo della scorta di Giovanni Falcone, dove l’obiettivo restituisce in chiaroscuro un volto austero e forte, simile a un’arcaica scultura simbolica scavata nel silenzio, che le palpebre abbassate vestono di mistero.  In una breve nota introduttiva all’esposizione, Giuliano Menato ricorda come il principio di verità stia a fondamento etico della creazione artistica.

La verità si legge in ogni dettaglio del lungo intenso diario fotografico firmato dalla Battaglia, dalle pozze di sangue umano sui marciapiedi all’acqua lustrale in cui immerge certi ritratti, ai casti straordinari nudi di donna, convocati sulla scena a dire l’indistruttibilità della vita. Il significato del messaggio trasmesso dalle sue immagini va pertanto ben oltre i limiti di spazio e tempo in cui sono state realizzate. Certo i giorni della lupara appaiono lontani; ma sulle strade dissestate del nostro presente  bellezza e giustizia non s’incontrano ancora.

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