Padova, il bello della “street art”

L’artista Axe Ermini racconta l’evoluzione del movimento e i progetti realizzati con il Comune

A trent’anni dalla sua nascita, il fenomeno del graffitismo si è visto riconoscere lo status di arte di strada, ma se il valore artistico delle opere dei suoi maggiori esponenti è ormai indiscussa – basta un nome: Banksy – è pur vero che per definizione i writer si muovono in una zona grigia, oltrepassando spesso i confini della legalità in nome della creatività e della manifestazione di pensiero.
A Padova è attivo dal 1991 il collettivo EAD Crew, che oggi riunisce una decina di artisti e che da diversi anni collabora con il Comune, organizzando esposizioni e progetti artistici per riqualificare l’arredo urbano, come l’ormai celebre parete di fronte alla stazione raffigurante i Beatles. Alex “Axe” Ermini è un membro storico della crew padovana, autore, tra l’altro, dei murali sui palazzi di Via Pizzamano, realizzati lo scorso anno nell’ambito del progetto “AHEAD”.

«Abbiamo partecipato in sei – racconta Alex, bolognese classe 1974 – È stato un lavoraccio, perché oltre al disegno abbiamo ritinteggiato la parete pulendo il fondo dalla muffa. Alla fine abbiamo anche ricevuto un piccolo compenso, diciamo un obolo di riconoscimento. È stata un’esperienza piacevole, le vecchiette del quartiere mi facevano i complimenti e mi portavano il caffè». Un progetto che è solo l’ultimo esempio di una collaborazione con il Comune di Padova che va avanti da anni. Opere pubbliche realizzate su commissione, come dei moderni Giotto. Un paragone calzante, soprattutto per le opere di grandi dimensioni. «Addirittura c’è chi ha dipinto la volta di una chiesa, come Eron in provincia di Rimini. Se penso al Giotto del 2000, mi viene in mente lui».

Incarichi simili tuttavia non sono all’ordine del giorno e difficilmente i writer possono fare affidamento sul mecenatismo delle amministrazioni. Poco importa, perché, a differenza di altri settori artistici, nell’ambiente graffiti fama e soldi non sono connessi tra loro. «Non è detto che chi riesce a guadagnare sia un pezzo grosso, così come uno famoso nell’ambiente può non guadagnarci una lira». A contare davvero è la street credibility, «che è una cosa a sé stante. Non ha a che vedere con gallerie e mostre. Ed è la parte più affascinante di questo movimento, che non scende a compromessi di carattere monetario».

Una forma di espressione che per principio trascende i confini del lecito, sfidando l’autorità. «C’è sempre un gioco di guardia e ladri che riguarda le opere abusive, e che caratterizza il graffitismo fin dalle sue origini». Tuttavia, col passare degli anni e la diffusione del fenomeno nel mondo, anche questo burrascoso rapporto è andato evolvendosi. «È come se il movimento si dividesse in due, tra chi sceglie la via underground e “abusiva” e chi invece sceglie la strada del “compromesso” e riesce a realizzare grandi opere accordandosi con le amministrazioni.” In questo caso l’Italia è arrivata in ritardo rispetto ad altre realtà europee, come Londra e Parigi, anche se da qualche anno sono nate alcune iniziative di grande richiamo, come il PicTurin a Torino e Frontier a Bologna».

Rispetto ai vecchi tempi, inoltre, anche il fenomeno dei graffiti è stato rivoluzionato dall’avvento delle nuove tecnologie: «prima del boom di internet e dei telefonini esistevano solo alcune fanzine dedicate, qualche magazine da edicola. Internet ha creato un nuovo canale di promozione. Inoltre oggi è molto più facile entrare in contatto con artisti esteri, mentre una volta bisognava fare chilometri per trovarli a degli eventi specifici». La diffusione dei social network ha donato nuova linfa vitale al movimento, avvicinando tra loro le comunità e aumentando esponenzialmente la visibilità delle opere. «Un tempo non se ne parlava proprio. Né in positivo, né in negativo. Adesso invece c’è grande interesse, grazie anche ad artisti riconosciuti a livello internazionale, come Banksi».

Insomma, la scena è più effervescente che mai. C’è molto entusiasmo, soprattutto da parte dei giovani. «La cosa che mi ha colpito è che le nuove leve si interessano alla storia e al lavoro della vecchia scuola. E sapere di essere di ispirazione fa molto piacere». Per venire incontro al mondo giovanile, Alex insieme ad altri amici della EAD Crew – il cui acronimo significa proprio Escuela Antigua Disciples, letteralmente “allievi della vecchia scuola”, in spagnolo – ha creato l’Associazione Jeos, nata in onore di un amico scomparso, Giacomo Ceccagno. «Quando è venuto a mancare abbiamo deciso di dedicargli un disegno di oltre 100 metri sotto il cavalcavia di Via Vicenza a cui hanno partecipato oltre 40 artisti e da lì è venuta l’idea dell’associazione, con l’intento di portare avanti il suo pensiero artistico, con corsi ed eventi culturali per avvicinare i ragazzi al mondo dell’arte».