Quanto costa davvero quello che indossiamo?

“The True Cost”, il documentario sulle responsabilità sull’industria tessile, racconta il lato oscuro della moda

C’è una malattia, ad Haiti. Pepe, un mucchio di vestiti. Cumuli di capi d’abbigliamento provenienti dai Paesi di tutto il mondo finiscono a Port-Au-Prince, gli stessi jeans, maglioni e paia di scarpe che nel mondo occidentale vengono usati e poi gettati. O se va bene, donati in beneficienza. Un gesto solidale ma potenzialmente distruttivo per il commercio tessile locale. «Le persone al mercato, comprano e comprano. Non sanno nemmeno cosa stanno facendo», sostiene Catherine Charlot, nota designer ecosostenibile.

Per rendersene conto basta guardare “The True Cost”, il documentario che racconta cosa si cela dietro all’ideale consumistico in una società nella quale siamo costantemente intrisi di un senso d’impotenza legato a una capacità di acquisto che stiamo perdendo, ma che si consola illusoriamente immergendosi nel cosiddetto fast fashion. L’abito a poco prezzo, la follia del venerdì nero dei saldi americani. Ogni anno vengono acquistati circa 80 miliardi di capi all’anno, con un aumento del 400% negli ultimi vent’anni. Chi paga tutto questo?

Un grande padre del mondo della pubblicità, Earnest Elmo Calkins, sosteneva ci fossero due tipi diversi di beni materiali, quelli che si usano e quelli che si consumano. E per Mark Miller, PhD e Professore di Media Culture alla New York University, il capitalismo è riuscito a trasformare le cose che si usano in beni da consumare. Questa è, di fatto, la definizione del fast fashion, concetto al quale si aggiunge un dettaglio non irrilevante: la velocità. Produrre in tempi più rapidi porta inevitabilmente a un calo nella qualità del prodotto. A un calo degli investimenti nella sicurezza e nella tutela del lavoratore. Non ve n’è il tempo. E’ la legge del profitto. Andrew Morgan, il regista del documentario, non lascia spazio a  dubbi.

Rana Plaza ne è un esempio, tra i più eclatanti. Mille morti per un palazzo di otto piani crollato a Dhaka, in Bangladesh, nel 2013, nonostante i sindacati e gruppi di lavoratori tessili che vi passavano la gran parte della giornata avessero denunciato da tempo l’instabilità della struttura. Per un mercato di tre milioni di dollari, come quello dell’industria tessile, qual è il peso che assume un disastro simile? Arif Jebtik, direttore di una dei laboratori tessili dell’Isola, precisa che questa non è un’eccezione. Non è un caso. Il documentario affronta anche il problema del cotone geneticamente modificato. E, ovviamente, dei brevetti di semi. Monsanto in primis. “Un giorno un industriale venne da me e mi disse che avremmo cambiato il modo di fare business in India. Avremmo investito sui semi, ne avremmo avuto il monopolio”, racconta uno degli ex manager della multinazionale leader nel campo dell’agricoltura.

Ma dove ci sta portando tutto questo? Se lo chiede Vandana Shiva, attivista ambientale. «Chi possiede i semi allo stesso tempo produce i pesticidi, o i medicinali per curare le patologie che derivano dall’industrializzazione dell’agricoltura». E’ un meccanismo win-win, mentre per il lavoratore e per il fruitore stesso del prodotto, il cliente, è solo una logorante, talora inconsapevole, perdita. Questi solo alcuni dei protagonisti di The True Cost, novanta minuti di vera e propria educazione all’osservazione del mondo. Come in tutti gli spettacoli il grande assente non manca mai. Dai vertici delle multinazionali della moda nessuno ha aperto la porta.