Spiacente, io non sto con questa Grecia

La battaglia di Tsipras è politico-elettorale. E assistenzialista. Ecco perché

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I ragazzi greci non sanno cosa stia succedendo nella patria di Platone e Aristotele, uno su quattro non conosce Tsipras e la situazione peggiora se si chiede loro chi sia Varoufakis. Ma se un giorno toccasse a noi votare un referendum come quello greco? Più di 1 ragazzo su 2 opterebbe per il no all’Euro senza però dare un contenuto alla propria scelta (fonte: La Stampa). Questo il rischio di affidare le politiche economiche-finanziarie a chi ha già delegato la politica a prendere decisioni. Perché per quanto il referendum sia la più grande prova di democrazia diretta, in questo caso rappresenta anche un grande fallimento della democrazia rappresentativa.

Tsipras è stato democraticamente eletto per governare e prendere delle scelte e – per quanto un amministratore possa utilizzare lo strumento del referendum per consultare l’opinione dei propri cittadini – come può essere utile al fine di prendere una decisione visionaria e qualificata sul futuro di una Nazione? Chi mai voterebbe sì all’aumento delle tasse? Votare no, quindi, era una dichiarazione d’amore verso il proprio Paese, era un “no” che in fondo rappresentava un romantico “sì” alla propria Patria, ma politicamente per i governanti greci è stato uno strumento di manipolo sulle trattative, in barba a quei principi che dovrebbero accumunare gli Stati europei e che dovrebbero esulare dal ricatto, in entrambe le parti, ed evitare lo scontro dei popoli.

Andando a ritroso di qualche decennio, nella storia greca, si scopre che già nel 1989, il debito pubblico era inferiore alla media europea. Durante il governo Pasok l’indebitamento era impennato vertiginosamente, la spesa pubblica salita alle stelle e la cultura clientelare e socialistoide divenuta diffusa. Tanto che, ad oggi, si stima che nonostante la popolazione greca sia cresciuta del solo 16%, il numero dei burocrati sia saltato vertiginosamente a più del 100%. Cinque volte più veloce della crescita della popolazione. Insomma, tutti i cittadini greci hanno almeno un componente in famiglia dipendente nella pubblica amministrazione, o quasi, e gli stipendi dei dipendenti pubblici rappresentano il 20% di Pil. Una crescita che Tsipras attualmente non ha toccato ma alimentato riassumendo migliaia di dipendenti pubblici e riaprendo la tv di Stato.

Oltre a ciò i pensionati statali lo scorso anno hanno raggiunto la cifra complessiva di 468.422 aumentando di 55 mila unità e costando ogni anno allo Stato greco circa 6 miliardi di euro. Queste, come riferiscono i media locali, le cifre fornite dalla Ragioneria Generale ellenica e presentate lunedì 22 giugno in Parlamento dal vice-ministro delle Finanze, Dimitris Mardas. Numeri che non sono stati minimamente toccati dal governo Tsipras, in quanto palesemente rappresentante eletto da questo bacino clientelare di voto.  Oltre a ciò isole come Mykonos e Santorini, a vocazione puramente turistica, non pagano le tasse come nella terra ferma. Nonostante siano dei generatori automatici di PIL grazie al fluente turismo.  Per non parlare poi delle pensioni anticipate, fissate a 50 anni per le donne e 55 per gli uomini: previste per 600 categorie ritenute usuranti, tra cui spiccano i parrucchieri, per i danni derivati dalle tinte, i musicisti che suonano uno strumento a fiato, i presentatori televisivi, per gli effetti nocivi dei microfoni sulla salute.

Insomma sono talmente tante le negatività dell’assetto interno dello Stato greco da considerare la battaglia di Tsipras non una battaglia ideologica su un’Europa diversa, ma puramente una questione elettorale e politica al proprio interno. A questo punto sarebbe interessante indire un referendum a tutti gli altri Stati europei chiedendo se sono d’accordo a mantenere uno Stato di mantenuti. L’esito sarebbe di sicuro interesse. Tutti greci con i soldi degli altri.

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