«Io, volontaria alla Caritas di Roma»

Il poliambulatorio della Capitale offre agli studenti un periodo di formazione: un racconto in prima persona

E’ un pomeriggio afoso, quello di un martedì di maggio in cui seduta su uno sgabellino accolgo timidamente uno dei pazienti nell’ambulatorio di medicina generale. E’ il mio primo giorno. Sorrido, non so bene cosa dire e come muovermi, seguo con lo sguardo i movimenti del dottore e ne ascolto le parole, un misto di inglese e italiano crea una lingua che sembra venire da lontano.

Da lontano vengono anche loro, persone con una storia alle spalle che spesso è difficile conoscere o capire, é difficile provare a immaginare. Siamo nel Poliambulatorio della Caritas di Roma, uno spazio che nasce come una struttura di pochi metri quadri e un unico bagno in comune per tutti. Un giorno alla dirigenza della stazione Termini serve proprio quel piccolo rettangolo sulla planimetria, ma è l’anno del Giubileo del 2000, e l’ambulatorio si trasferisce nella sede attuale, a pochi passi da quella storica, nel grande snodo nevralgico della città capitolina. Un’area sanitaria con la sala d’accoglienza, gli ambulatori, la medicheria, una farmacia. Al piano superiore uffici, un centro studi e gli archivi; non manca nulla questa volta.

Sono le quattro del pomeriggio, si apre il cancello centrale. Il poliambulatorio prende vita, dopo il turno mattutino, tra un via vai di appuntamenti, persone che aspettano, cartelle cliniche e visite di controllo. La struttura fa parte del privato sociale, ma entra a pieno titolo nell’organizzazione della ASL, come Centro STP, Stranieri Temporaneamente Presenti. Qui i pazienti sono quelli non iscritti al Sistema Sanitario Nazionale, perché non aventi diritto o perché in difficoltà nell’accedere ai servizi. Immigrati senza permesso di soggiorno, minoranze etniche come Rom e Sinti, comunità difficilmente raggiungibili, come quella cinese, non manca qualche italiano; sono questi i pazienti di oggi. Sono questi i pazienti di qui.

In trent’anni di attività si contano 212.000 prestazioni sanitarie, circa 100.000 pazienti e altrettante terapie medico-farmacologiche erogate. Ad offrire il proprio contributo, più di 350 volontari. Agli studenti di medicina e a quelli di altre facoltà è concesso prendere parte alle attività dell’ambulatorio una volta a settimana, per un periodo di circa tre mesi. Così, conosco Lucia, è una paziente precisa dalla parlantina incalzante, è italiana. Strano vederla qui, ma vive per strada come il 30% dei pazienti afferenti alla Caritas. Si porta appresso la sua casa, riunita in quattro sacchetti che appoggia con cura all’ingresso della stanza del medico. Conosco anche Khalid, chiede aiuto perché non riesce a dormire. Il termine medico è Disturbo Post Traumatico da Stress, la realtà dei fatti è che di notte ricorda le bombe di quando faceva il soldato in Afghanistan. Ha la mia età, poco più di vent’anni.

C’è chi viene perché ormai è un affezionato, chi non viene mai, anche se dovrebbe, o viene solo quando non ne può più. Non sopporta più il dolore delle ulcere, o il prurito dell’infezione cutanea. C’è anche Milena, cilena che vuole un figlio dal marito e un’ecografia al mese per essere certa del giorno dell’ovulazione. Sorrido assieme a lei e al medico, sicura che non mi ascolterà e che vorrà per forza rifare un nuovo esame. Sono i giorni in cui ti rendi conto che la terapia non basta e che ci vuole di più. Ci vuole una rete e una relazione, ci vuole fiducia per lasciarsi curare. Ci vuole fiducia anche per tornare.

Alcuni studi negli Stati Uniti testimoniano come la discriminazione sociale e razziale influenzi il livello di assistenza sanitaria e accesso alle cure delle persone, tra neri e bianchi, per fare un esempio. Oggi Sandu ci racconta che l’esame che gli era stato prescritto dalla Caritas stessa il mese precedente, all’ospedale non gliel’hanno fatto. Il medico del reparto gli aveva detto che non era possibile. Che doveva tornare un’altra volta.
Sandu mi guarda, alza le spalle. Poi, il suo italiano fa centro. «Mia madre lo diceva sempre. La prima medicina, sei tu».