Tornado in Veneto, questione di clima (globale)

Intervista alla Caciagli (Italian Climate Network): «bisogna andare oltre l’emergenza, serve programmazione»

Dall’8 luglio ad oggi ne abbiamo sentite molte. Zaia che esordisce puntando il dito contro tv e radio per il poco spazio dedicato alla calamità naturale che ha toccato il Veneto della Riviera del Brenta, il governo che stanzia fondi irrisori per la ricostruzione, le reazioni del sindaco veronese Tosi e i 10 euro chiesti dai sindaci agli abitanti della zona.  Quello che resta sono 350 chilometri orari di vento che hanno vorticosamente colpito e raso al suolo circa 500 case nel Veneziano. E un conto di feriti salito a 92 in poche ore, al quale si aggiunge un morto e 400 sfollati.

Alcuni studi, di cui uno pubblicato sull’illustre PNAS – Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – rendono noto come alle estreme variazioni climatiche che si stanno verificando sul nostro pianeta possa conseguire una variazione della distribuzione temporale e spaziale delle calamità naturali, tornado inclusi. In un momento storico in cui la parola climate change ha effetti ahinoi concreti sulla nostra vita, nessuno fa lo sforzino di documentarsi e collegare tra le calamità con il richiamo urgente di agenzie internazionali sulla questione climatica. E sì che a fine giugno, il premier Renzi e ben quattro ministri hanno partecipato a una discussione sul tema all’interno dell’incontro dedicato a #italiasicura. Si vede che erano distratti.

Allora parliamo di cose serie. Veronica Caciagli è co-founder e presidentessa di Italian Climate Network, un’associazione nata con lo scopo di riunire cittadini, esperti, aziende e organizzazioni non governative nella costruzione di un movimento italiano che possa portare «cambiamenti positivi nella società, per la trasformazione a un’economia e un modello energetico a basso contenuto di CO2».

Il cambiamento climatico colpisce anche l’Italia? «Certamente. Anche nel nostro Paese le temperature medie sono in crescita, con tutte le conseguenze: aumento delle ondate di calore, aumento dell’intensità e della frequenza dei fenomeni atmosferici estremi, cambiamento delle precipitazioni con danni all’agricoltura. Inoltre nel nostro Paese la temperatura è in aumento più del trend globale: ad esempio, nel 2014 a fronte di un riscaldamento medio globale di 0,46 gradi, in Italia è stato registrato un aumento della temperatura di 1,45 gradi rispetto al trentennio 1971-2000. La soluzione alla questione climatica, però, non è un evento, ma un processo. Purtroppo questo processo in Italia ancora non è stato avviato. E, questa, è una responsabilità a cui il presente governo deve far fronte».

Proposte concrete? Ci sono. «La prima è volta all’introduzione di un piano di riduzione delle emissioni di lungo termine, con il metodo carbon budget. Si tratta di una programmazione pluriennale, verso l’economia a emissioni zero, con una cabina di regia interministeriale. Ci auguriamo che questa proposta venga recepita dalla Presidenza del Consiglio, perchè l’Italia ha un enorme bisogno di programmazione, specialmente su energia e clima. La seconda proposta riguarda l’empowernment giovanile rispetto alla questione climatica. I giovani, infatti, sono portatori di un interesse diretto, verso un futuro sostenibile in cui vivranno. Perciò non possono essere solo destinatari di politiche ma devono essere coinvolti nei processi decisionali».

Se le dimensioni del cambiamento climatico sono più ampie del contesto comunale, o addirittura regionale, è pur vero che è proprio l’insieme delle problematiche delle città a rendere conto delle dimensioni globali della questione. Cosa gradita sarebbe non scordarsene.