Vicenza, scoprirsi il meno veneto in un bar multietnico

Davanti ad un bar cinese, un ciclista marocchino urta una bici da corsa che finisce per terra. Ne esce un battibecco e a difendere il proprietario della bici, invocando metodi alla Salvini, non è un vicentino doc ma un albanese. La maionese etnica forse sta impazzendo, ma in questo episodio successo a Vicenza lo fa in modo spiritoso e un tantino surreale, come racconta il Corriere del Veneto.

«Un ragazzo marocchino mi rovescia la bicicletta. Non l’ha fatto apposta. Lo conosco di vista, è uno per bene, anche lui un habitué del cinese, lui e la sua compagnia arcobaleno di dominicani, kosovari e qualche vicentino, tutti della stessa età e tutti inurbati sul lato B del mio quartiere. Va detto che il mio quartiere ha due lati: uno fighetto e fortunato con affaccio sul Bacchiglione e la chiesa dei Carmini, dove hanno ristrutturato architetti e avvocati; e un altro, il lato B, sul didietro, anonimo, fatto di casoni popolari una volta fieramente abitato dall’aristocrazia operaia e ora affidato alla sperimentazione etnica, pakistani, arabi del Nord Africa, romeni; dalle loro finestre l’odore del riso Pulao si mescola al turbo rock balcanico».
«La bici si rovescia dunque. C’è una pianta di mezzo, forse lui non ha visto il padrone e tarda a scusarsi, sicuramente potevo starmene zitto e invece no, me ne esco lo stesso per amore di insolenza con un: si dice scusa signore, non l’ho fatto apposta e sono sinceramente addolorato per l’avere rovesciato la sua bicicletta da corsa da tremila euro. Stavo per farlo, mi risponde, ma se la prende così non mi scuserò con lei».

«Parla come un gentiluomo del Settecento sebbene vesta dei bermuda con il cavallotto basso, il cappellino dei New Yorkers e il piercing sul labbro, l’accento rivela una maturità linguistica acquistata in qualche posto tra Milano e Brescia, ma è soprattutto e sinceramente scandalizzato dalla mia scortesia. Dovresti, insisto, a meno che tu non sia il selvaggio che sei. Ho compassione per i suoi 50 anni, mi risponde».

«Dovrei ringraziarlo (ne ho 65) e invece sbraco: senti Pablito, rinfodera il machete e vatti a fare uno spritz. Il ragazzo grunge e anche un pò hipster , africano di faccia ma più civilizzato di me, capisce a passa al contrattacco: tranquillo uomo bianco, per quelli come lei c’è l’Isis che sistemerà le cose. A Dio piacendo. Huè Pablito, qui è pieno di leghisti e skinhead, rinfodera il machete che sennò spuntano i cannoni».

«Si mette male, ma non tanto. Arrivano altri ragazzi di colore, un dominicano cerca di stemperare la tensione, una ragazza dalla pelle bianchissima mi guarda come uno scarafaggio, Con una smorfia l’amico albanese mi fa capire che è ora di piantarla. La pianto. Ma ora sono loro che parlano di razzismo, o meglio lo esercitano, un florilegio di luoghi comuni. Neri, ma sentenziano come veneti doc, come ho fatto io. Qui da voi avete gli zingari, noi abbiamo gli haitiani, spiega comprensivo il dominicano che, come un sociologo, mostra di sapere cos’è il relativismo culturale. Qui c’è l’invasione, rincara Pablito. Quello che poco prima invocava l’Isis per me, ora invoca Salvini per sé ed è incontenibile, più veneto dei veneti, più bianco del bianco lavato nel Perlana del suprematismo cristiaasdano-veneto, come me, sciaguratamente. Chi è il bianco? Chi l’allogeno? Chi il portatore di maleducazione?»

«Edmjr, l’amico albanese finora silenzioso, mi stava appunto dicendo che in agosto scende giù a Durazzo per la festa del Khitan. Tagliano il pisello al mio nipotino, si fa festa. Non sapevo che fosse musulmano: Edmjr beve, fuma e porconeggia in perfetto dialetto veneto, da 20 anni in Italia ha perso l’inflessione e sembra un veneto, è veneto. Quando glielo avevo chiesto aveva negato, forse se ne vergognava. Ma se è un musulmano è comunque un musulmano laico, in Veneto ha fatto fortuna, impresario edile con un florido giro di affari, il suo capomastro 20 anni fa era il suo padrone, ora è un suo dipendente, a Brindisi ci è arrivato come tanti su un barcone».

«Gli chiedo perché nessun esercito è in grado di fermare i jihadisti. Perché sono popolo, risponde serio, e il popolo non lo ferma nessuno, non entrano nelle città, le città sono già prese. Se mi parli di ebrei ti dico che Hitler non ha finito il lavoro, sono zingari e tali dovevano rimanere».

E così è finita al bar del cinese, con a destra un gruppo di vicentini scuri di pelle e venetissimi di idee e, a sinistra, un musulmano dalla pelle bianca e dalle idee scurissime. Con io in mezzo, imbrogliato dai colori delle apparenze. Non ho iniziato una vera lite come dovevo, quindi non sono innocente.

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