Galan e la venalità della trombosi

Ad un’attenta analisi linguistica, un’espressione usata dall’ex governatore veneto risulta freudianamente rivelatrice

Lo diciamo strano? Qualche anno fa, a chi gli imputava l’uso eccessivo di vocaboli difficili negli interventi diretti ad un pubblico non di specialisti, un noto storico dell’arte rispose che non esistono parole difficili, ma soltanto parole inusuali: con implicito invito ad aprire un dizionario salva-cervelli, prima di affogare nell’ignoranza. Un amico in vena (parola-chiave per le righe che seguono) di facezie mi ha ricordato questo episodio commentando l’intervista rilasciata la scorsa settimana da Giancarlo Galan mentre passeggiava nel giardino della villa sui Colli Euganei, in cui è costretto dalla condanna agli arresti domiciliari. Il malcapitato politico veneto lamentava la «trombosi venale» che che gli aveva impedito di difendersi al meglio quando gli erano piombate addosso le note imputazioni. Ed ecco il quesito: l’aggettivo “venale” in luogo di “venosa”, in un caso di trombosi, non è, in tutta evidenza, parola difficile. La si deve considerare inusuale, elitaria forse, oppure, piuttosto, inesatta, se non addirittura errata?

Un po’ elitaria lo è certamente. E confessiamolo, quanto ad esattezza clinica non offre molte garanzie: nessuno potrebbe credere che Augusto Murri abbia mai diagnosticato una trombosi venale, esaminando una vena sofferente di quest’antipatica patologia. Dite che al tempo i medici provenivano da un’accurata formazione liceale? Ma anche Galan vanta una laurea umanistica, in giurisprudenza, arricchita da un master bocconiano. Inoltre è stato Ministro dei Beni e delle Attività culturali, in questa nostra bella Repubblica, dove non risulta sia in alcun modo cambiato il sistema della circolazione venosa dei suoi abitanti, bestie comprese, mentre è cambiato invece quello venale, pubblico e privato, sviluppandosi capillarmente dalle campagne alle città, dalle montagne alle lagune.

Che strano giochino lessicale, però: e se fosse stata l’ombra del dottor Freud a suggerire l’inconsueto aggettivo? Un quasi-lapsus malizioso, date le circostanze che affliggono il nostro ex ministro. Con i tempi che corrono, e con l’inconscio sempre pronto a crear problemi, i nostri rappresentanti, presenti e passati, dovrebbero esprimersi sempre con la più grande prudenza: che è pure una virtù cardinale. Si consoli tuttavia, il condannato tra i vialetti in fiore: anche al linguaggio di qualcun altro non nuocerebbe un po’ di riposo. «Penso che la politica debba essere tornata a fare», ha disinvoltamente affermato ad un dibattito televisivo il pentastellato senatore, nonché professore di filosofia, Nicola Morra, futuribile Ministro dei Beni culturali, secondo le speranze dei suoi baldanzosi compagni di Movimento. Sì, professore, a far che? Forse a provvedere di una rapida ristrutturazione questo scricchiolante impianto grammatical-sintattico?
Colpa del solleone d’agosto? Ahimé. Io speriamo che queste cose non le sento più.