«La “teoria gender”? Ve la spiego io»

Intervista alla mamma che ha dato il via alle critiche durante il convegno sull’educazione di genere a Vicenza

Ma cosa accidenti é questa “teoria del gender” che allarma tanto i genitori delle scuole pubbliche, specie se di fede cattolica? Per vederci chiaro, e per dare voce a chi, dopo essersela presa a forza all’affollatissimo ma castrato convegno del 13 luglio a Vicenza intitolato “Educare alla differenza di genere a scuola”, non ne ha avuto a sufficienza nel dibattito sulla proposta di legge Fedeli (da Valeria Fedeli, senatrice del Pd prima firmataria, nella foto), siamo andati a scovare chi, quella sera, fece partire i boati e le contestazioni dalla platea sbottando con un «ma questo è totalitarismo di stampo bolscevico!». Si tratta di Elisabetta Frezza, padovana, casalinga, madre di cinque figli, appartenente ad associazioni “pro vita” e “pro famiglia” (Famiglia Domani, i comitati Marcia per la Vita e Nel nome dell’Infanzia). Si è studiata la materia, chiaramente dal suo punto di vista, perché, come ci spiega, «credo indispensabile ci si renda conto della gravità di una deriva che ci sta travolgendo tutti, ma che in primo luogo travolge gli indifesi: vuole rapinare loro l’infanzia, con l’innocenza che le appartiene. È necessario difendere i bambini da quelle che sono autentiche mostruosità subdolamente ammantate da intenti solidaristici e “umanitari”».

Quella sera all’istituto San Gaetano di Vicenza, alla conferenza organizzata da esponenti Pd come il consigliere regionale Fracasso, moderatore Lauro Paoletto che dirige il settimanale della Curia vescovile, presenti come relatori la Fedeli, il teologo Leopoldo Sandonà e gli insegnanti Alberto Fattori e Andrea Vezzaro, ha fatto scoppiare un bel casino. Come replica alle bacchettate arrivate da ambienti ecclesiastici contro voi contestatori nel pubblico, che non avreste accettato il “dialogo” (don Pierangelo Ruaro, direttore dell’ufficio liturgia della diocesi berica, all’omelia del 19 luglio: «Cristiani? Mi domando se davvero lo siano coloro che qualche giorno fa hanno boicottato l’incontro sulla parità di genere. La chiesa è aperta al dialogo. Che poi possiamo avere le nostre posizioni, è un altro discorso. Ma non si deve mai prescindere dal confronto», Giornale di Vicenza 22/7)?
In sala già si percepiva un diffuso disagio, molta gente era visibilmente indispettita, e infatti ha immediatamente appoggiato la protesta intervenendo autonomamente sulla medesima linea. A provocare la reazione del pubblico è stato il fatto che tutti i relatori magnificavano senza riserve, con inusitata corrispondenza di amorosi sensi, i pretesi pregi di questo nuovo piano “educativo”; e il moderatore ha pensato bene di avvertire, in corso d’opera, che non era nemmeno prevista una discussione successiva, ma sarebbero state concesse solo eventuali risposte a domande scritte, previo vaglio e selezione da parte della “regia”. Ma, a parte il fatto che proprio perchè il dialogo era stato precluso si è reso necessario in qualche modo provocarlo, stupisce questa insistenza compulsiva sul “dialogo” (quale esclusivo orizzonte speculativo lecito) da parte di chi dovrebbe rendersi portavoce di categorie veritative se non per vocazione almeno per mestiere. Oserei sperare che, se non per certi “cattolici” aggiornati, quantomeno per i ministri di Dio non tutte le idee stiano sullo stesso piano – per cui si tratta solo di confrontarle, di raggiungere un punto di incontro “condiviso”, e poi mettersi il cuore in pace – ma ce ne siano di vere e di false, in quanto esistono un bene e un male. Perchè esistono dei criteri di giudizio oggettivi offerti all’uomo dalla legge naturale e divina, che consentono di discernere il giusto dall’ingiusto. E mi pare evidente che, quella sera, non fossero in ballo semplici opinioni personali, tendenze o simpatie innocue: la materia di cui si trattava tocca interessi che vanno ben al di là di opinioni personali, tendenze o simpatie innocue. È materia, per definizione, indisponibile: riguarda il futuro dei nostri bambini.

Scendiamo nel concreto. In cosa non concorda col progetto di legge Fedeli, la quale sostiene di voler abbattere gli stereotipi di genere. Della serie: le bambine devono poter giocare a calcio senza sentirsi discriminate.
Siccome oggidì nessuno vieta a una bambina di giocare a calcio o a una signora di diventare vicepresidente del Senato o, a scelta, presidente della Camera, abbattere gli stereotipi di genere significa sottrarre le donne ai loro compiti naturali, materni e famigliari in primis e, per converso, sottrarre agli uomini le prerogative della loro virilità. Non per nulla la matrice di questa ideologia è quella che lavora da un cinquantennio alla demolizione della figura paterna. L’intero il testo del ddl Fedeli fa perno su un’unica idea di fondo: si deve penetrare nella vita intima degli individui per sovvertirne i criteri naturali di comportamento, manipolando le coscienze sin dalla più tenera età. Tramite l’istruzione scolastica, lo Stato si appropria arbitrariamente degli individui espropriando la loro libertà, insieme alla libertà educativa della famiglia. Il disegno di legge Fedeli (che, come da relazione introduttiva, si prefiggeva come obiettivo quello di “eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza”), è stato assorbito in toto nella legge di riforma del sistema di istruzione 15 luglio 2015 n. 107, denominata “La buona scuola”, precisamente nel comma 16 dell’articolo 1 (e unico). Lo ha detto a Vicenza la stessa signora Fedeli, che anzi ha coerentemente annunciato il prossimo ritiro, per inutilità sopravvenuta, del disegno di legge che portava il suo nome. È interessante notare come l’operazione sia stata tecnicamente realizzata in modo obliquo, attraverso una serie di rinvii concatenati: il citato comma 16 della buona scuola rimanda all’art. 5 comma 2 del decreto legge 93/2013 convertito in legge 119/2013 (c.d. legge sul femminicidio), il quale ultimo recepisce il “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, al cui punto 5.2 per esempio sta scritto: «Obiettivo prioritario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale, delle opinioni e dello status economico e sociale, sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica». Mi pare sufficientemente chiaro. E peraltro, come ci ha informato ufficialmente la stessa signora Fedeli a quell’incontro, ma come molti di noi genitori purtroppo già ben sanno, le “sperimentazioni” sui bambini in tal senso sono già operative da molti anni e si stanno di recente trionfalmente moltiplicando. Già, perché i bambini vanno considerati cavie per esperimenti dissennati capaci di compromettere i loro normali processi di sviluppo. E noi dovremmo pure tacere.

I difensori della legge sostengono che la “teoria del gender” non esista e perciò i suoi critici se la inventino, con un atteggiamento apocalittico e ingiustificato. Lei come replica? Esiste o no, e cosa teorizzerebbe? Quali sono di preciso le fonti per dimostrare che essa esiste?
Questa teoria, formulata più di 50 anni fa, è stata recepita nei documenti delle conferenze internazionali (ufficialmente a partire dalla conferenza di Pechino 1995, sulla donna) e ripresa poi in una congerie ormai incontrollabile di documenti internazionali ed europei, e ora anche interni, fino a radicarsi nel linguaggio corrente.
Nel 2010 l’assemblea generale dell’Onu dà vita a una super-agenzia, denominata United Nations Women, avente come mandato di far applicare universalmente la prospettiva gender. Rinomate esponenti degli studi di genere e teorizzatrici estreme dell’indifferentismo sessuale sono, solo per citarne alcune, Judith Butler, Donna Haraway, Shulamith Firestone, Linda Nicholson, Raewynn Connell (nata uomo, di nome Robert William Connel). Sono per lo più femministe lesbiche. Teniamo presente che nel gender confluiscono sostanzialmente due filoni di “pensiero” e di azione, quello omosessualista e quello femminista: la rivendicazione della parità tra i sessi in vista della liberazione della donna dalla oppressione maschilista e dalla schiavitù della maternità impone infatti la decostruzione dei cosiddetti stereotipi sessuali, maschile e femminile. Di fronte a decenni di studi tematici che lo riguardano e a valanghe di documenti ufficiali che lo promuovono, suona ridicolo, oltre che spudorato, sostenere che il gender non esiste o che, se esiste, sia qualcosa di differente dal genere, solo perché tradotto da una lingua all’altra.
Uno dei pionieri sul campo della prospettiva gender fu il famoso (e famigerato) John Money, endocrinologo sessuologo e psicologo dell’Università di Baltimora, che se ne servì per giustificare scientificamente i suoi mostruosi esperimenti di trasformazione sessuale sui bambini. Nel 1965 egli fondò la “Clinica per l’Identità di Genere”. Crebbe come una femmina, tramite continui interventi chirurgici, ormonali e psicologici, uno di due gemellini maschi, col risultato di portare ambedue al suicidio in età adulta. Il dottor Money – tra l’altro teorizzatore della legittimità della pedofilia – anziché essere relegato nella galleria degli orrori, ha operato liberamente sino a non molti anni fa, anche attraverso una nutrita quanto attiva schiera di discepoli. Lo sfondo del gender è questo qui. Lo conferma tra l’altro il fatto che una delle associazioni più attive, anche in sedi istituzionali, nella promozione di questa prospettiva è quella che prende il nome da Mario Mieli, omosessuale e pedofilo morto suicida.

Ammesso e non concesso sia così (i promotori dell’educazione di genere non citano niente di tutto ciò), alla fin fine cosa direbbe questa teoria?
In estrema sintesi, si teorizza che, al di là dei propri dati sessuali biologici e anatomici, ciascuno debba essere libero di scegliere ed elaborare il proprio genere identitario, secondo la percezione che ha di se stesso. Percezione che può essere anche mutevole e del tutto fluida. È utile peraltro mettere in luce come, per raggiungere questi fini destrutturanti, occorra organizzare in parallelo una educazione sessuale e affettiva ad hoc, che significa liberazione da ogni freno inibitore e da ogni remora di ordine morale. Gli Standards per l’educazione sessuale in Europa, elaborati dall’OMS sotto l’ombrello protettivo dell’ONU, offrono al proposito un modello esauriente e ancora insuperato sia degli obiettivi da raggiungere sia delle modalità da impiegare alla bisogna. Leggerli per credere. E non sono direttive rimaste sulla carta. Molti genitori hanno già raccolto dai loro figli esperienze scolastiche raccapriccianti, per iniziativa di docenti zelanti.

Dall’esterno, ad un osservatore distratto la polemica potrebbe sembrare una diatriba fra cattolici “integralisti” e laici “gay friendly”. Lei che ne pensa?
Premesso che il cattolicesimo non dipende da una autocertificazione, che peraltro di questi tempi nessuno si fa mancare (come abbiamo potuto constatare anche a Vicenza quella sera), ma dipende dalla adesione o meno a dei princìpi che sono immutabili e legati alla legge naturale e divina, la diatriba è soltanto tra chi ha messo a fuoco il problema – ovvero l’attentato senza precedenti ai fondamenti etici del vivere comune e ai più elementari principi di ragione – e ne avverte l’immane gravità per le generazioni a venire, e chi – per interesse diretto, per negligenza, per ignoranza – lo nega, o non ne prende atto. Il tentativo di confondere le acque negando addirittura l’esistenza del gender o nascondendolo sotto la pretesa lotta alla violenza contro le donne e alla loro discriminazione, deriva dal fatto che molta gente sta cominciando a cogliere la enormità di un piano eversivo delle agenzie sovranazionali di cui parlavo, penetrato ovunque in modo capillare grazie a un un lavorìo condotto sinora sottotraccia e nell’ombra. Per questo si cerca all’improvviso di placare l’allarme minimizzando la portata della manovra. L’ordine di scuderia, ora, è quello mascherare, edulcorare, rassicurare. E intanto la macchina da guerra avanza, entra nelle nostre case e macina i cervelli. Mentre sedicenti cattolici dialogano amabilmente con i suoi manovratori.