“Veniceland”, Brugnaro ha ragione (purtroppo)

Le critiche di un giornale web Usa (“troppi turisti maleducati”) sono parzialmente fuori bersaglio. La soluzione c’é, ma é impossibile

Questa volta Brugnaro ha ragione. Perché ciò avvenisse ci voleva lo stomaco di struzzo di un giornale web statunitense – che non s’accorge che additando i turisti addita pure gli americani in orridi calzettoni e bermuda bianchi – ma tant’é: il sindaco di Venezia fa strabene a respingere al mittente l’accusa dell‘International Business Times di lasciare i canali e le calli in balia di beceri animali da vacanza. Anche se sbagliando modi e toni. Quell’«intellettuali da strapazzo» livorosamente appioppato ai critici citati nell’articolo ricorda il disprezzo craxiano (“intellettuali dei miei stivali”) verso chi scrive libri, come Anna Somers Cocks autrice del saggio “The Coming Death of Venice”. L’uomo è fatto così: spara ad alzo zero, vellicando i sentimenti e risentimenti facili. Ma in questo caso pienamente giustificati.

Solo che evidentemente Brugnaro nemmeno lo sa, perché ha fatto centro. Proviamo a fornirgli qualche spunto noi. Il pezzo firmato da Jess McHugh ruota attorno alla maleducazione dei visitatori, in particolare i “mordi e fuggi”, arrivati a numeri da apocalisse: 27 milioni all’anno. Il giornalista Usa sembra fare di una conseguenza certo odiosa la causa prima dei mali di Venezia. O meglio, scambia la causa con l’effetto. E’ ovvio che, in mezzo a quella marea umana, sguazzino orde di subumani che dormono, nuotano, si svestono e fanno i porci comodi loro. Ma questa gentaglia si incontra in tutte le grandi città turistiche del mondo, mica solo nella laguna veneziana. E’ il sovraccarico di presenze a generare malcostume e degrado, secondo l’antico e sempre attuale adagio secondo cui la quantità uccide la qualità.

Per la verità mister McHugh nella chiusa del pezzo arriva al punto, e fa dire alla Cocks che la soluzione consiste nel mettere un limite agli ingressi. Già: ma come? Con un ticket, immaginiamo salato? O imponendo un dress code con annesso esame di buone maniere, come in un club privato? La seconda idea è una voluta boutade, mentre la prima circola ampiamente da tempo. Ma ha un grosso difetto: per scoraggiare le visite di un solo giorno, che portano poco indotto, la tassa dovrebbe essere abbastanza alta da tagliar fuori gli avventori meno danarosi (in caso contrario, se la gabella fosse l’ennesima tassa di soggiorno o di scopo da pochi spiccioli, non modificherebbe la situazione di un ette). Sì, insomma, come al solito ci si rifarebbe sulla gente comune.

Ci sono critici e critici. Ci sono gli snob con la puzza al naso, che coltivano di Venezia un’idea elitaria, borghese, classista, da inesistente bomboniera e mesto mausoleo, che vorrebbero farla morire più velocemente di quanto non sia già morta (ha soli 60 mila abitanti, per altro in via di estinzione). E ci sono gli altrettanto impietosi, ma non per questo moralistici chirurghi del malato in gondola, che sognano una Venezia diversamente vissuta (dagli studenti di tutto il mondo, ad esempio), diversamente organizzata (valorizzando l’intero Comune, per esempio facendo attraccare le navi a Marghera, e orientando i visitatori verso luoghi che non siano soltanto Piazza San Marco), diversamente immaginata (non dando seguito al gigantismo di scavi, porti e dighe che piacciono tanto – e qui il criticone Usa ci prende in pieno – proprio a Brugnaro).

Per il sudiciume e la cafoneria degli imbecilli la cui madre é purtroppo sempre incinta, confidiamo nel pugno di ferro dei vigili veneziani e nell’orgoglio dei veneziani stessi, primo fra tutti il primo cittadino, che su questo bisogna dire dà garanzie. Per ridurre lo sciame umano di escursionisti, visto che Venezia è unica (di qui l’assurdità di affermare, come fa Cacciari, che è assurdo porre un limite poiché tale limite non si trova in nessun’altra parte al mondo), non ci sarebbe che una via: regolare e ordinare i flussi con un tetto giornaliero modulabile a seconda delle stagioni e delle esigenze. Ma è di un dirigismo draconiano inapplicabile in un Paese anarcoide come l’Italia. E con un sindaco liberista come Brugnaro. A questo punto, con poche o punte speranze di evitarlo, il rischio Disneyland potrebbe diventare addirittura un’idea positiva, se ben congegnata e remunerata sull’esempio di Orlando in Florida. Ma allora il nome dovrà cambiare in Veniceland, e la decadenza di Venezia iniziata tre secoli fa sarà compiuta. A quel punto non servirà più un sindaco, basterà un amministratore delegato. Un Brugnaro potrebbe andare bene.