Olimpico “blasfemo”, censurare i censori

Le accuse di offesa alla religione cristiana rivolte da politici di centrodestra allo spettacolo della Liddell al teatro palladiano offendono la libertà d’arte

L’articolo 404 del codice penale punisce “chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico, offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto”. Se la piéce della catalana Angélica Liddell, “Prima lettera di San Paolo ai Corinzi”, in programma al Teatro Olimpico di Vicenza il 18 e 19 settembre si configurerà come un oltraggio, un’ingiuria, una volgare presa in giro del Crocifisso simbolo del Cristianesimo, uno spettatore in sala che lo ritenesse potrebbe sporgere denuncia di reato. Che noi si sappia, a tutt’oggi nessuno lo ha fatto.

A Vicenza alcuni esponenti politici di centrodestra, Francesco Rucco di Idea Vicenza e il segretario leghista Matteo Celebron, hanno invece invocato la censura preventiva giustificandola con il fatto che l’Olimpico é pubblico, e non privato. In particolare Celebron ha sostenuto che la libertà di espressione finisce quando «si offende l’onore e la dignità dell’altro». Ma chi, e in base a quale criterio decide cosa é offesa e cosa, in questo caso, é arte? Lo decide Celebron, che è un bravissimo e sveglissimo ragazzo ma non é un magistrato nè un critico? Meglio: una fazione politica, sentendosi in dovere di rappresentare parte dell’opinione pubblica, ha il diritto di cancellare uno spettacolo artistico?

Ha ragione il vicesindaco e assessore alla crescita, Jacopo Bulgarini d’Elci: no, non lo ha. Perché se passasse il concetto che il prodotto di un’elaborazione intellettuale autonoma, che può essere una rappresentazione teatrale o anche un libro o una canzone, deve sottostare al limite di un punto di vista di parte, ogni parte potrebbe legittimamente chiedere il verboten per ciò che considera offensivo dal proprio punto di vista. E siccome in Italia il cattolicesimo non é più religione di Stato, ogni confessione religiosa a quel punto avrebbe buon gioco a ottenere censure a destra e manca. Anzi, di più: se prendiamo per buono il generico riferimento ad non meglio precisato “Altro” cui fa cenno Celebron, questo “Altro” potrebbe essere una fede politica, un orientamento filosofico, una categoria sociale, un gusto sessuale, una setta, un’associazione, qualsiasi gruppo riconoscibile come tale. Andrebbe a finire che un povero artista dovrebbe stare attento a non esagerare, a non osare, a non travalicare, a non scandalizzare, a non trasgredire, a non provocare la suscettibilità di questo e di quello, a non fare, insomma, quel che da quando esiste fa l’Arte, dare forma a passioni, intuizioni, riflessioni, sentimenti ed emozioni dell’autore per suscitare quelle del fruitore. In particolare, in quella contemporanea, per mettere in discussione il senso comune.

Non è una difesa della supposta blasfemia della Liddell: non è questo il punto. Può darsi che portare in scena le sue masturbazioni infantili con un crocifisso non renda esteticamente il tormento misticheggiante che, a sentir lei, é all’origine della trovata. E quindi potrebbe anche essere che il suo sia soltanto un gratuito atto di irriguardosità, come una bestemmia a caso, una pura e semplice schifezza. Ma stiamo parlando di un’opera d’arte in un luogo deputato all’arte, non, per dire, delle insulse Pussy Riot che tre anni fa occuparono a sorpresa l’altare della cattedrale di Mosca, trasformandolo in un palco per far casino contro il regime di Putin. No, il punto é che, in uno Stato liberal-democratico, un’invenzione artistica si giudica dopo averla vista, non si vieta. Mai. Perché quel che è sacro per il cittadino cristiano cattolico (o, che so, protestante od ortodosso o copto), non lo é per il cittadino ateo, agnostico, musulmano, ebreo o buddista. E semmai un cittadino, cristiano o no, può sacrosantemente tirare uova marce e organizzare un santo boicottaggio, ma il politico non deve azzardarsi a ergersi a censore, men che mai preventivo.

Possiamo discutere fino a domattina se l’arte attuale sia ridotta al vaniloquio di decadenti onanisti. Spesso, effettivamente, chi vorrebbe scandalizzare non scandalizza più nessuno, dato che nella cultura di massa – giusto per restare in tema – non esiste più nulla di sacro. Ma non se ne può più del politically correct che fa di tutto una questione politica, e che arriva ad agitare divieti fascistoidi da Ministero della Cultura Popolare. A me, per dire, offende molto questa voglia di vietare. Offende la mia intelligenza, che mi è alquanto sacra. Ma non mi sognerei mai di censurare i censori. Anche se la voglia c’é, ve l’assicuro.