BpVi, “scurdammoce ‘o passato”? Eh, no

Le semestrali delle banche venete hanno eliminato ogni residua illusione. Per Vicenza una complicazione in più

Mentre il transatlantico veronese Banco Popolare, forte di 290 milioni di utile netto, discute con l’acciaccato yacht Veneto Banca (in rosso di 213 milioni) su una futura aggregazione, la terza nave, la Banca Popolare di Vicenza, prende il largo verso il mare aperto della Borsa con una falla da 1 miliardo e 53 milioni di perdita. Gli ultimi due istituti, “gemelli” per stazza e tipologia di problemi, sono entrambe alla vigilia di un ennesimo, difficile aumento di capitale. Devono cioé convincere i soci a sborsare altri quattrini per rafforzare il patrimonio, che fa acqua da tutte le parti.

Ma mentre l’operazione di salvataggio in capo a Montebelluna è di entità tutto sommato gestibile, nell’ordine di 5-800 milioni, la situazione della vicentina è più complicata. La cifra che mira a raccogliere dagli azionisti il direttore generale plenipotenziario Francesco Iorio è di 1 miliardo e mezzo di euro. Ma si dà il caso che la stessa banca berica abbia rivelato che il passato acquisto di azioni sia stato possibile grazie ai finanziamenti erogati ai soci della banca stessa, per un valore di quasi 1 miliardo (974,9 milioni, per essere esatti). Sostanzialmente, una partita di giro.

Iorio, in due interviste pubblicate oggi sul Corriere della Sera e sul Giornale di Vicenza, assicura e rassicura che questo miliarduccio esiste «civilisticamente» ed è sicuro, girato a soci sicuramente affidabili, che tornerà quando costoro lo rimborseranno. “Dovranno” farlo, altrimenti, rispetto a quanto hanno già perso dopo la svalutazione delle azioni (il 23% ufficiale, molto di più secondo ragionevoli stime di previsione), ci perderanno ancora, se non tutto. Sono, insomma, con le spalle al muro. Quello che un azionista, specie se piccolo, può altrettanto ragionevolmente domandarsi é perché l’aumento è fissato a 1 miliardo e 500 milioni. Tolto il quasi miliardo di aumento fatto coi soldi della stessa banca, salterebbero fuori 500 milioni mondi e puri. Nuovi di zecca, diciamo.

Questo maxi-finanziamento di scambio azioni-fidi è stato scoperchiato dagli implacabili ispettori della Bce. Altro dubbio dell’azionista: ma la Banca d’Italia, che controllava e ispezionava prima, dov’era? Non risulta che la Popolare vicentina godesse di uno status di extraterritorialità. Questo punto è importante, perché riguarda le responsablità passate. Si capisce e si giustifica che Iorio guardi all’avvenire, e che a mo’ di buon esempio dichiari che comprerà lui per primo le azioni dell’istituto che dirige senza guardare in faccia nessuno. Ma certe facce non si possono dimenticare facilmente. Anzi: non si devono dimenticare. Quelle del presidente Zonin e dei consiglieri d’amministrazione, per esempio. Sarebbe molto più persuasivo se il buon esempio dall’alto lo dessero questi ultimi, se hanno quote sostanziose di patrimonio a loro nome, aumentandole vieppiù adesso, nell’ora storica che scocca per il bene della banca.

Il nostro azionista non dimentica che se la Popolare vicentina è costretta a diventare, come la definisce Iorio, «semplice e snella», ovvero se é alle peste e deve far digerire l’incommestibile pur di sopravvivere (compresi robusti tagli al personale), lo deve alla gestione passata, che ha nomi e cognomi. Ma mentre per altri istituti, Bankitalia ha proceduto come un bulldozer con commissariamenti (Banca Etruria) e azzeramenti quasi totali del vertice (Veneto Banca), per Vicenza un placido silenzio. E oggi, senza soluzione di continuità, il cda di highlanders firma una semestrale che pone sotto auto-accusa il suo operato fino a ieri.

Non può scordarsi con tafazziana leggerezza, l’azionista medio, che gli aumenti di capitali di ieri gli eran stati garantiti in un regime che di mercato non era, e che gli eran stati magnificati con un tambureggiamento mediatico da Istituto Luce. Andava tutto bene, benissimo, ottimamente, il mondo è il migliore dei mondi possibili e i treni arrivavano in orario. E sì che la verità, o parte di verità, gli era pure scappata, a Zonin. Al Giornale di Vicenza del 28 dicembre 2013, il presidente che aveva giurato che mai la BpVi sarebbe andata in Borsa così dichiarava: «Il 40% dei nuovi soci ci ha chiesto un finanziamento per aderire al piano proposto; il 60% invece non ha avuto bisogno di alcun sostegno» (corsivo nostro). Parole che non si possono dimenticare.