Olimpico, la sagra della censura

Si agitano le vestali del presunto “tempio palladiano” (che tale non è), mentre la vera questione riguarda il rapporto fra quello spazio unico e il “come”, non il “cosa” vi si fa

L’interminabile eclissi di buon senso in cui è sprofondata certa politica vicentina e nazionale, a proposito dello spettacolo che inaugurerà il Ciclo degli spettacoli classici al teatro Olimpico, potrebbe avere come motto una brillante citazione del capocronista del Giornale di Vicenza, Gian Marco Mancassola, che ha ricordato in un corsivo come Catone il Censore, nel secondo secolo avanti Cristo, fosse solito dire che “quelli che sono seri in questioni ridicole, saranno ridicoli in questioni serie”. È difficile credere che la frase sia stata colta, nella sua severa ironia, dai diretti interessati, visto che il senso del ridicolo (come pure quello della misura) è sconosciuto a rappresentanti politici che prosperano nel bailamme della sparate a effetto sui social network. E si auto-proclamano difensori del sacro e delle radici religiose e culturali del pubblico che va a teatro, nel segno di un fondamentalismo cristiano di nuovo conio, dotato dell’antica arma della censura. Ed è quindi vano sperare che fino all’andata in scena (18 settembre), sullo spettacolo di Angélica Liddell scenda un benefico silenzio, ristoratore degli animi e suscitatore di idee in previsione del dibattito che subito dopo, giustamente e doverosamente, potrà svilupparsi con tutta l’ampiezza e la forza dialettica desiderate.

Ma appare necessario dire che il vero punto nevralgico della questione è finora sfuggito alla maggior parte dei censori e dei politici che si sono cimentati nella polemica, accennato solo da qualcuno ma in maniera errata e fuorviante. Il punto non riguarda lo spettacolo “Lettera di San Paolo ai Corinzi”, con annessi e connessi di intervista e dichiarazioni varie dell’autrice, sul quale chi scrive non intende dire nulla prima di avere visto. E non riguarda nemmeno il tema più generale del sacro e della dissacrazione nel teatro, che pure è argomento culturale cruciale almeno da Nietzsche in poi. Da quando cioè si è capito – a farla semplice come non è – che la scena costituisce il luogo in cui ritualmente il sacro diventa profano. I primi a farlo furono i tragici greci (Euripide su tutti), in opere che proclamano l’assurdità del divino e l’assenza degli Dei, con un nichilismo che ce li rende tremendamente vicini. Classici, per l’appunto. E tuttavia, come ha osservato 2.500 anni più tardi Jerzy Grotowski, uno dei massimi esponenti del teatro di innovazione del Novecento, “non c’è negazione del divino se non c’è relazione vivente con il sacro”.

Il punto riguarda l’Olimpico. Lungi dall’essere un luogo sacro o un tempio, violati da qualche orda di barbari, come si è blaterato talvolta in questi ultimi giorni, il teatro progettato da Andrea Palladio poco prima di morire, edificato per volere dell’Accademia Olimpica con le scene disegnate da Vincenzo Scamozzi, che sono rimaste tali e quali per 430 anni, è uno spazio scenico eccezionale, nel senso etimologico della parola. È cioè un’eccezione, qualcosa di eccentrico, non solo in relazione alle vicende di un attività come quella teatrale, che a fine Cinquecento era già fiorente da secoli, ma anche in rapporto con quello che è stato dopo, con la direzione presa dal teatro, molto lontana da quella idealizzata da Palladio.

A fronte di questa unicità, la parola “rispetto” rischia di restare un’astrazione, un mal posto concetto fideistico. Rispettare l’Olimpico per chi vi realizza uno spettacolo significa soltanto una cosa: rendersi conto della sua unicità e interagire con essa, a prescindere dalle scelte di repertorio o di testo e dalle modalità interpretative. A prescindere cioè dal fatto che si scelga l’innovazione o la tradizione. In linea di principio, questo dovrebbe portare a far sì che ogni spettacolo rappresentato all’Olimpico sia unico, pensato per quello spazio scenico e monumentale e di esso “rivelatore”. Una prassi difficilmente coltivabile oggi, nel sistema produttivo e distributivo del teatro europeo, ma da perseguire come obiettivo, soprattutto nella logica di una sempre maggiore accentuazione del carattere di festival “eccezionale”, da restituire al Ciclo di spettacoli classici.
Resta indispensabile, però, che ogni spettacolo rappresentato all’Olimpico non vi giunga come se fosse una qualsiasi sala nell’ambito di un tour italiano e europeo. Cioè che ogni regista-autore venga posto di fronte alla necessità imprescindibile di ridisegnare, poco o tanto, la sua creazione nel rapporto con l’idea (utopia) di teatro palladiana e scamozziana. Per esaltarla, contestarla, riformarla, cancellarla. Ma comunque per riviverla nella drammaturgia.

Avverrà, tutto ciò, con Angélica Liddell e la sua “Lettera di San Paolo ai Corinzi”? Questa è la domanda cruciale, a cui si potrà provare a dare una risposta (ciascuno la sua, legittimamente), solo dalla tarda serata del 18 settembre. Ne discenderà anche un giudizio sull’ideazione del programma, che allargherà il discorso dal singolo spettacolo alla progettazione nel suo insieme. Per completare il quale, in ogni caso, sarà doveroso attendere che si completi tutto il Ciclo di quest’anno.  Così funziona nel mondo del teatro, senza censure preventive o successive, sapendo che nulla è immutabile: gli assessori alla cultura, fin che sono in carica, possono cambiare strategia e anche direttore artistico.

Invece la bufera non accenna a placarsi. Il sindaco di Vicenza, Achille Variati, ha dichiarato dopo lungo (e meritorio) silenzio, che a seguito di approfondita meditazione e analisi non ha trovato “motivi per attuare una censura preventiva”. Ma allora, la censura esiste e il sindaco ne è titolare? Intanto dalla Regione minacciano di uscire dalla Fondazione del Comunale di Vicenza, rea di organizzare un Ciclo che si propone di “svilire una religione”. Per la cronaca: da anni la Regione non nomina il suo consigliere di amministrazione ed è “forza assente”, mentre il suo contributo si è progressivamente  ridotto in contrasto con quanto stabilito dalla Statuto.
E infine. Dato che lo spettacolo della Liddell fra marzo e aprile per svariate sere è andato in scena ad Annecy, città gemellata con Vicenza, qualcuno chiederà di rompere ogni rapporto con quei senzadio francesi?