Cgil Treviso: Renzi, a quando il partito unico?

Il segretario trevigiano Atalmi: ecco perché la campagna mediatica di Repubblica contro i sindacati è un’operazione politica

Se fosse partita da un giornale di destra, la campagna mediatica sulle storture dei sindacati italiani probabilmente non avrebbe nemmeno fatto notizia. Ben altro valore politico assume la faccenda se a sparare le cannonate è la testata ammiraglia della sinistra: Repubblica. Nelle ultime settimane il giornale del Gruppo Espresso ha preso di mira prima la Cisl, con il caso maxi-stipendi nato dalla pubblicazione della denuncia di un dirigente sindacale veneto, Fausto Scandola, e poi la Cgil, con l’impietosa esposizione dei dati sulla fuga di giovani e precari dal sindacato “rosso”.

Nicola Atalmi, segretario provinciale della Cgil di Treviso, su Facebook la definisce una vera e propria campagna di delegittimazione, uno “schema collaudato” che ha l’obbiettivo ultimo di tagliare i diritti dei lavoratori. «Paragonare i dati del dicembre 2014 con giugno 2015 per trarre conclusioni è sbagliato: se l’Italia perde posti di lavoro è naturale che calino anche le tessere del sindacato». Repubblica avrebbe fatto quindi un uso strumentale dei dati, confrontando i numeri assoluti invece di quelli relativi. «Una porcheria», considerato che il calo di iscritti nell’ultimo anno «è stato solo del 2%. Rispetto ai posti di lavoro persi, le tessere sono diminuite meno del previsto».

Per Atalmi è evidente come il regista politico sia il governo Renzi. «In questo momento Renzi sta cercando di dimostrare che va tutto bene, che le riforme hanno portato risultati positivi. Se si uniscono l’appello dei 109 imprenditori sul Corriere della Sera che diceva “Renzi vai avanti” a notizie strampalate come quella sul tesseramento –la rettifica è stata poi pubblicata con una nota a piè pagina -, si capisce che qualcuno ha interesse a far passare l’idea che esistono dei gufi, responsabili di frenare le riforme e il cambiamento, in modo funzionale a Renzi. C’è una regia, che è la stessa che lo ha portato al potere».

Resta da capire il Partito Democratico “modello Renzi” sia ancora espressione della sinistra italiana. «Nel sindacato ancora molti vedono nel Pd il partito di riferimento, perché i compagni del Pci e Ds sono lì. C’è un legame sentimentale. Il Partito Democratico prende i voti degli elettori di sinistra e la base è composta in larga parte da militanti di sinistra, ma le politiche che sta portando avanti, sinceramente, non mi sembrano affatto di sinistra».

Resta che al netto delle strumentalizzazioni politiche, le notizie dei più diffusi quotidiani nazionali riportano anche dati oggettivi, sia riguardo il calo di iscritti sia sugli stipendi di certi alti dirigenti. «Non c’è ombra di dubbio che il sindacato debba cambiare e migliorare –afferma Atalmi. Se prendi 200.000 euro all’anno, come faceva Bonanni, non puoi nemmeno capire le condizioni dei lavoratori e i loro problemi». L’autore della denuncia sui maxi-stipendi, il veronese Fausto Scandola, rischia l’espulsione dalla Cisl e su internet è attiva una raccolta firme in suo favore. «Rischia di rivelarsi un boomerang, perché il danno di immagine sarebbe tremendo. Sarebbe meglio fare un po’ di trasparenza in modo tale da mettere fine a queste voci. Mi auguro che ci ripensino».

Al di là degli stipendi d’oro, che sono privilegio di pochi, per ridurre gli sprechi bisognerebbe «intervenire su certi organismi collaterali, sui fondi pensione e anche sulla formazione professionale». L’altra grande sfida è quella di riuscire a «intercettare e rappresentare i giovani lavoratori che cambiano spesso lavoro o sono lavoratori autonomi, privi di un sistema di tutele collettive. Il sindacato è nato intorno alla grande fabbrica, ma il mondo è cambiato. Un conto era iscrivere migliaia di lavoratori della Fiat o dell’Electrolux, un altro conto è la sfida, molto più difficile, di andare a prendere le tessere delle commesse, degli operatori di call center, delle partite Iva».

Nonostante tutto, la funzione del sindacato resta imprescindibile: «tutelare chi lavora, individualmente e collettivamente. Non saprei immaginare un Paese dove il lavoratore non ha strumenti per difendersi. Ogni giorno si rivolgono a noi decine di persone, per controllare busta paga e pensioni, oppure per contenziosi, in caso di mancato pagamento o licenziamento. Se non ci fosse il sindacato queste persone non avrebbero nessun sostegno». Del resto, anche gli imprenditori hanno le loro associazioni di rappresentanza e, aggiunge Atalmi, «Le aziende serie sono contente che i lavoratori siano iscritti a un sindacato, perché è più semplice discutere e risolvere i problemi».

A dire il vero, non sempre è così, anche a causa del proliferare di sindacati autonomi. «Non è possibile che in un’azienda con 500 dipendenti un sindacato che rappresenta quattro lavoratori possa porre il veto su un accordo». Bene dunque l’accordo sulla rappresentanza e la certificazione degli iscritti, guai però a parlare di sindacato unico, idea lanciata dal premier: «un’idea illiberale, l’idea del sindacato unico. Oggi il lavoratore può scegliere il sindacato che preferisce. Il sindacato unico c’era ai tempi del fascismo. A questo punto perché non anche il partito unico?».