Politici, rumoroso silenzio su BpVi e Veneto Banca

Mentre le due popolari se la vedono brutta e i soci rischiano di perderci ancora, la politica sta sotto coperta. Unica eccezione: il M5S

Mentre a Treviso i piccoli azionisti chiedono a gran voce le dimissioni in blocco del board di Veneto Banca; mentre a Vicenza la banca ancora e sempre presieduta da Gianni Zonin svela un’immane partita di giro che ha fatto parlare il M5S berico di «frode» a danno degli azionisti; mentre insomma il vecchio sistema creditizio veneto sta mutando pelle sulla pelle dei risparmiatori, è mai possibile che la politica locale non proferisca verbo, non emetta un vagito, non si faccia venire un prurito? Non solo è possibile: é ovvio. Troppo potenti e condizionanti, le banche. Troppo ardito scandire parole chiare, critiche, cristalline. Troppi i rischi di perdere relazioni altolocate, contatti giusti, agganci importanti. Troppa paura di guastare rapporti col bel (?) mondo della finanza che parla veneto. E, aggiungiamo, troppa sottovalutazione della rabbia popolare: 200 mila soci di BpVi e Veneto Banca, con relative famiglie e reti di amici e clienti, che si sentono raggirati e che gli andrà da dio se riusciranno a non perdere ciò che resta del gruzzolo decurtato finora di quasi un quarto, sono un bacino di voti golosissimo. Ma per i fifoni politici veneti, evidentemente, non fa gola abbastanza, a confronto col potere del denaro.

GAFFES E AUTOCENSURE
Per raccattare qualche dichiarazione bisogna andare indietro nei mesi. Alle assemblee di primavera dei due istituti i rappresentanti del popolo, in piena campagna elettorale per le regionali, si sono ben guardati dal farsi vedere. Correvano il pericolo di farsi accerchiare fisicamente dagli azionisti infuriati che avrebbero chiesto conto pure a loro, proprio perché il problema dei risparmi alleggeriti è un problema sociale, e quindi politico. Il governatore leghista Luca Zaia si limitò ad una noticina in cui, per passare da amico di tutti, invocava l’intervento dei grossi imprenditori «nel capitale delle banche popolari in corso di trasformazione, facendo stare tranquilli i piccoli soci» (19 aprile 2015). Qualche giorno prima, il suo arcinemico Flavio Tosi, sindaco ex leghista di Verona, si schierava contro l’ipotesi di fusione di Vicenza con Montebelluna, e bisogna dire con argomenti tutt’altro che peregrini: «se si fa la fusione fra Veneto Banca e la Banca Popolare di Vicenza si ottiene un processo fra banche molto simili, che lavorano sugli stessi territori, che hanno gli sportelli fianco a fianco. Quindi il rischio sarebbe quello di ridurre gli impieghi, perché gli imprenditori che sono affidatari di entrambe le banche si troverebbero facilmente con un affidamento unico inferiore, oltre ad una riduzione dei posti di lavoro. Sarebbe più sensato che queste banche si alleassero con soggetti emiliani o lombardi, ad esempio, perché se metti assieme due banche dello stesso territorio rischi solo di depauperarle» (16 aprile 2015). Alessandra Moretti del Partito Democratico: zero, neanche una parolina, neppure dal sen fuggita com’è suo costume. Uno del Pd che fece capolino tra le prime file, a Vicenza, ci fu: il sindaco del capoluogo palladiano, Achille Variati. Il quale, fiducioso senza se e senza ma nell’amico Gianni Zonin, si lanciò in un peana che, a conti fatti, potrebbe oggi risultare un boomerang: «la Banca Popolare di Vicenza presieduta da Gianni Zonin ha dimostrato di saper stare accanto alle famiglie e alle imprese, continuando a finanziare le buone idee e il coraggio. Con ormai quasi 100 mila soci, la banca territoriale di Vicenza, istituto di credito tra i primi dieci a livello nazionale, porta non solo il nome, ma anche l’immagine di efficienza e laboriosità dei vicentini in Italia e nel mondo» (26 aprile 2014).

IMBARAZZO TRASVERSALE
Le indagini penali per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza a carico dell’ex vertice di Veneto Banca? Le accuse di altri reati (truffa, estorsione, usura) di cui parlano i più agguerriti accusatori dei timonieri di Montebelluna? La denuncia per aggiotaggio e false comunicazioni sociali contro Zonin e i suoi vice in Procura a Vicenza? La richiesta esplicita di quei pochi coraggiosi, ma determinatissimi e destinati ad aumentare, che chiamavano in causa Variati, Zaia & C per far sapere all’opinione pubblica se avevano prodotto un pensiero, un pensierino, un soggetto-verbo-complemento, sui guai di tanti azionisti-elettori? Tutte robette insignificanti, per i politici abitualmente così ciarlieri riguardo l’universo mondo. All’indomani della mega-perquisizione del quartier generale di Veneto Banca e delle case private dei consiglieri d’amministrazione, a caldo, il più delle volte misurate col bilancino e all’insegna di un malcelato imbarazzo, alcune frasi sono pure uscite, dalla verginale bocca di qualche politico. Valdo Ruffato, allora presidente del consiglio regionale, centrodestra: «Il sistema mostra una debolezza preoccupante perché alle indagini di Montebelluna si aggiungono il commissariamento di alcune Casse rurali e la situazione difficile in cui versano le Popolari. Mentre tutto sembra indicare una ripartenza economica, il Veneto si dimostra finanziariamente debole. E’ urgente che il sistema bancario regionale si doti di gestioni trasparenti, di programmi di sviluppo sostenibili e di vertici in grado di ragionare su uno scenario molto differente rispetto ad alcuni decenni fa. Non vorremmo infatti scoprire che l’economia regionale deve puntare su banche e finanza lontane dal territorio» (18 aprile 2015). Leonardo Muraro, presidente tosiano della Provincia di Treviso: «si deve far chiarezza in tempi rapidi perché a rischio sono soprattutto le imprese bisognose di liquidità e i piccoli investitori che hanno riposto la loro fiducia nella solidità e nel buon nome della struttura bancaria veneta» (18 aprile 2015). C’era chi difendeva apertamente l’ex direttore generale Vincenzo Consoli, come Laura Puppato del Pd: «Avevo ed ho grande stima di lui, si è dimostrato un professionista eccellente nel suo campo, una figura di spicco del mondo dell’impresa e della finanza. Aspettiamo di conoscere gli esiti delle indagini, fino ad allora spero che gli azionisti non si facciano prendere dal panico» (18 aprile 2015).

MANIFESTO DIMENTICATO
C’era anche chi dispensava ottimismo a piene mani, come il sindaco Pd di Treviso, Giovanni Manildo: «si deve far chiarezza in tempi rapidi perché a rischio sono soprattutto le imprese bisognose di liquidità e i piccoli investitori che hanno riposto la loro fiducia nella solidità e nel buon nome della struttura bancaria veneta» (18 aprile 2015). Manildo, fra l’altro, assieme al sindaco di Montebelluna e ad altri venticinque fasce tricolori del Trevigiano, nel 2014 firmò un “manifesto” a difesa di Veneto Banca come «l’ultimo presidio della ultracentenaria storia del credito cooperativo nel trevigiano la via veneta al capitalismo è rappresentata dalle medie e piccole imprese che abbisognano di un rapporto organico con istituti di credito vicini e capaci di farsi interpreti delle loro esigenze» (11 aprile 2014). Un’iniziativa apertamente contraria al “decreto popolari” voluto dal governo guidato dal segretario del suo partito, Matteo Renzi. Che fine ha fatto quel manifesto, ora che Veneto Banca sta pensando, com’è costretta a pensare, ad aggregarsi con altri istituti e dunque giocoforza a perdere il rapporto organico ed esclusivo col proprio territorio di riferimento?

ESTREMI OPPOSTI
Bisogna dire, però, che nessuno come Zaia ha preso le difese di chi reggeva Veneto Banca con tanto furor polemico. Così arringava la folla il governatore all’assemblea dei soci dell’anno scorso: «Quello della Banca d’Italia a Veneto Banca è un attacco senza precedenti alla nostra identità e alla nostra autonomia, che fa parte di un disegno contro tutte le banche territoriali, Popolari o Bcc che siano. Un disegno neocentralista, di una dittatura finanziaria governata da Roma. La battaglia si fa sempre più dura ed è un bene che Consoli sia rimasto» (26 aprile 2014). Oggi, di fronte ad un altro aumento di capitale (leggi: il parco buoi si sveni ancora), con i conti rosso sangue, a meno di due mesi dalla assemblee straordinarie che trasformeranno le due popolari in spa, Zaia preferisce un rumorosissimo silenzio. Gli unici a scegliere il rumore (silenziato, o quasi, dai grandi media) sono stati i grillini, che partendo da una posizione nettamente contraria al “decreto popolari”, hanno posto la questione delle banche venete in parlamento con un’interrogazione di Cappelletti e Girotti, e hanno creato un gruppo ad hoc a Vicenza. Unica eccezione in un panorama di politici che, come diceva Ezra Pound prendendoci in pieno, “non sono altro che i camerieri dei banchieri”.