La Liddell all’Olimpico e le ossa di Palladio

La sacralità del rito teatrale era antica, oggi non c’é più. In discussione, piuttosto, è l’opportunità di un’opera sperimentale in un ciclo di classici

L’estate sta finendo a Vicenza, dove si è fusa al calor bianco, con abbondante scoccar di scintille polemiche, attorno all’opera teatrale della catalana Angélica Liddell, che il 18 e 19 settembre farà fremere d’orrore (con una sfumatura di delizia?) gli spettatori accorsi per l’occasione nel nostro meraviglioso Teatro Olimpico. Per chi emergesse soltanto oggi da vacanze in terre remote, ecco il titolo completo: “Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbaunden. Oh, Charles!”.  Un titolone, dall’apostolo di Tarso ad oggi, con citazione bachiana. Eschilo e compagni hanno scritto cosucce sinteticamente indicate come Antigone, Prometeo incatenato, Le Supplici, e tanto è bastato loro per essere ancora celebri dopo assai più di due millenni. Mah.

Si tratterebbe, a quanto pare, di un testo disgustoso, blasfemo non meno che osceno, che forse nessuno ha letto, ma contro il quale hanno fervorosamente speso meningi e fegato i tutori della pubblica virtù, mentre i difensori della libera cultura universale hanno inneggiato ai sofferti valori di ogni suo risvolto, letterario e psicologico, offendendosi reciprocamente non appena possibile, in una polemica traslocata immediatamente nei fiorenti domini della politica e strumentalizzata a dovere. Sicché si è creata la specie di casereccia strategia della tensione cultural-moralistica capace di generare il rumoreggiante pollaio così caro alla provincia italiana.

Tutti a disquisire d’arte, con l’aggiunta di qualche pizzico di bellezza, ottimo eccipiente per qualsivoglia mistura, intellettuale o fasulla. Quale arte è di turno, nell’attuale orizzonte della cultura a Vicenza, dopo le luminescenze evocate da Marco Goldin? Quella teatrale, s’intende, anzi teatrica, per dirla nella specialistica maniera antica. Urge la speranza che pure i tuttologi nostrani parlino per conoscenza. Non è facile, ai nostri giorni, saper di teatro. L’evoluzione dei linguaggi che hanno dato forma e sostanza ai più svariati generi di spettacoli teatrali è stata negli ultimi decenni non di rado violenta, dolorosa, irridente e feroce: e difficile, sempre, quanto difficili sono stati gli anni di storia che abbiamo attraversato.
Ovunque e in ogni tempo gli spazi scenici hanno offerto lo specchio, simbolico o spietato, delle società del momento, rivelandone i lati deboli e gli oscuri. Certo, gli antichi greci che dalle gradinate di Epidauro ascoltavano i lamenti di Edipo, strappatosi gli occhi per angoscia e vergogna, non avevano alcun bisogno di vederlo giacere nudo quale amante nel letto della propria madre, per comprenderne la tragedia: quel pubblico conosceva i miti e ne sapeva le ragioni.

Quali sono invece i codici di riferimento ai quali facciamo ricorso noi postmoderni, così sicuri nello sproloquiare d’etica e d’estetica? Oggi, quando il soffio dello spirito sembra alitare nell’altrove sconosciuto, è rimasto il corpo soltanto a fungere da protagonista. Ostentato, vezzeggiato e ferito, il corpo nudo nasce, vive, urla e tace, si dischiude e ritrae, soffre, gode, si contorce e muore, concedendosi nel frattempo anche le cose che i devoti locali si aspettano timorosamente di osservare, rappresentate sull’augusta scena del nostro storico teatro.
E ancora, è chiaro per tutti che l’inestimabile valore dell’Olimpico va ben oltre qualunque diatriba su ciò che vi si realizza; ma evitiamo di parlarne come di un inviolabile spazio sacro, un tempio. La magia del rito si è ormai dissolta, persino nelle chiese. Rimettiamo piuttosto in ordine le parole, cercando di usarle secondo il loro significato, criterio che non pare sia noto a chi ha inserito un’opera audacemente sperimentale nel tradizionale ciclo vicentino di spettacoli classici. Una contraddizione in termini e insieme una miscela esplosiva: utile forse a far gruzzolo sonante, così vestita di supponente cultura e scandalizzata probità?

Tuttavia, a voler essere maliziosi, concediamoci di prevedere che nell’attimo in cui giungerà all’acme il tanto discusso accadimento onanistico, mimato o semplicemente narrato, le ossa del povero Palladio (e non dimentichiamo Scamozzi, per favore) scricchioleranno un poco. Però, con un crocifisso: accidenti!