L’Espresso, rivelazioni su BpVi e Veneto Banca

Secondo il settimanale, la banca vicentina avrebbe agevolato la liquidazione delle azioni riacquistandole. Veneto Banca penalizzata da Bankitalia

In un articolo a firma di Vittorio Malagutti su L’Espresso in edicola oggi, il settimanale del gruppo De Benedetti ricostruisce gli ultimi anni dell’istituto di credito vicentino, che «avrebbe regalato un salvagente» ai sottoscrittori di importanti pacchetti di titoli grazie alla seguente scrittura privata: «La banca si impegna ad agevolare la liquidazione delle azioni nei limiti della capienza del fondo di riacquisto». La Popolare di Vicenza dovrà difendersi in tribunale proprio da quegli stessi soci a cui aveva chiesto di acquistare azioni con la promessa poi di ricomprarle. L’inchiesta ricorda come l’istituto berico non sia ancora quotato in Borsa, il che ha comportato finora che mercato azionario si sia svolto al suo interno in maniera informale, gestito dalla banca stessa. Mercato fermo da un paio d’anni per mancanza di compratori.

Sulla modalità degli scambi con gli azionisti è in corso un’indagine della Consob di cui non si conoscono ancora gli esiti: si sospettano favoritismi e prestiti irregolari. Lo stesso ad Francesco Iorio ha ammesso che BpVi ha finanziato l’acquisto di azioni proprie da parte dei soci per la cifra di 950 milioni di euro. Tale operazione, vietata dal codice civile, è emersa in seguito alle ispezioni della Bce in primavera eppure anche la Vigilanza di Bankitalia era intervenuta già nel 2012 con una verifica dal quale BpVi uscì, scrive Malagutti, «con le ossa rotte»: le fu attribuito infatti il livello 4, ovvero solo “parzialmente sfavorevole”. Quindi «riesce difficile pensare che prima del 2013 la banca di Zonin non avesse prestato soldi per comprare azioni proprie».

La Vigilanza aveva suggerito «una costante revisione e monitoraggio (…) dei target prefissati con particolare attenzione alle rettifiche di valore sui crediti». Di fronte alle raccomandazioni BpVi si adeguò: nel bilancio 2012 le svalutazioni sui prestiti in sofferenza o incagliati arrivano a 180 milioni, contro i 140 milioni del 2011. Un adeguamento del minimo indispensabile per non sacrificare troppo i profitti e permettere a Zonin di insistere sul leit motiv della banca in salute che aiuta l’economia reale. Ma è di nuovo la Bce a chiedere rettifiche più pesanti: nel bilancio 2014 queste salgono a 860 milioni più i 700 milioni dell’ultima semestrale. Dopo l’intervento della vigilanza europea nel marzo 2014 le svalutazioni schizzano infine a 1,5 miliardi.

La Popolare di Vicenza, ricorda il magazine, non è l’unica a versare in cattive acque. Le fa compagnia Veneto Banca. Ma con un trattamento diverso. A gennaio 2013 Bankitalia manda i suoi ispettori nell’istituto di Montebelluna al tempo guidato da Vincenzo Consoli. La verifica si chiude in agosto con esiti pesantissimi. La Vigilanza rivela che «l’ampliamento (dell’azionariato) è stato ottenuto anche attraverso la concessione di finanziamenti finalizzati all’acquisto di azioni proprie». I prestiti ammontano a 157 milioni e l’Authority chiede nel novembre 2013 un «integrale ricambio degli organi societari». Ricambio poi effettuato con la sostituzione di Consoli e l’arrivo di Cristiano Carrus. Conclude l’Espresso: «i siluri di Bankitalia hanno affondato Montebelluna, mentre Vicenza, passata al setaccio solo pochi mesi prima, se l’è cavata con un semplice rimbrotto».

Risultato? Mentre Veneto Banca già nel 2013 deve correre ai ripari, la Popolare di Vicenza può invece proporsi sul mercato come “polo aggregante” andando a caccia di acquisizioni grazie anche al beneplacito di Bankitalia. Come ad esempio è successo nella primavera del 2014 quando l’istituto berico tentò invano un opa sulla popolare dell’Etruria. «Va tutto bene», dicevano Zonin e Bankitalia.

 

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