BpVi, azioni eccellenti/2: da Morato a Maltauro

Ecco i nomi più significativi fra i più grandi soci della popolare vicentina. Chi e quanto l’ha finanziata nel 2013-2014?

In mezzo e successivi agli Amenduni e agli Zonin (di cui abbiamo parlato ieri), nell’elenco dei più grossi azionisti della Banca Popolare di Vicenza figurano nomi noti, meno noti, alcuni prevedibilissimi, altri imprevedibili. Sono dati che si riferiscono al dicembre 2014, quando la singola azione dell’istituto di via Battaglione Framarin valeva 62,5 euro.

Al secondo posto dopo Maria Gresele (Amenduni), con una differenza di poche centinaia di migliaia di euro c’é Silvano Ravazzolo, della Confrav (alta moda maschile) di Grumolo delle Abbadesse: quasi 88 milioni di euro (1,5 per cento). Al terzo, con uno stacco di una quindicina di milioni, Giuseppe Dalla Rovere, il cui cognome rimanda ad Ambrogio Dalla Rovere, già vicepresidente di Cariverona (oggi nel cda della Biblioteca Bertoliana): 63 milioni di euro (1,08%). Scorrendo in basso spiccano la veronese Cattolica Assicurazioni (di cui la BpVi è primo azionista con il 15%), che detiene 54 milioni con lo 0,9%, e le Assicurazioni Generali (48 milioni, ovvero lo 0,8%). In decima posizione Luca Morato, della Morato Pane, con più di 36 milioni di euro e lo 0,6%. Un po’ più in basso, quasi pari, la Fondazione Roi (presieduta da Gianni Zonin) e il “re dei prosciutti” Luca Ferrarini: 29 milioni di euro circa, attorno allo 0,5%. René Caovilla (scarpe femminili d’alta moda) si posiziona quattordicesimo con 25 milioni di euro (0,4%), seguito a ruota dal fondo giapponese Nomura (24,5 milioni).

Sottolineando i nominativi più famosi, l’evidenziatore si ferma su Elio Marioni della Askoll (5,7 milioni, lo 0,09%), il conciario Rino Mastrotto (3,5 milioni, lo 0,06%), Maltauro (3,5 milioni) e, come società Lumar Srl, Luca Marzotto (3,3 milioni, lo 0,5%). Il vicepresidente della banca, Andrea Monorchio, presiede anche la Micoperi Srl, impresa che possiede 6 milioni di euro, lo 0,1 per cento.

Attenzione: dalla fine dell’anno scorso a oggi, queste cifre potrebbero essere cambiate. Costoro avrebbero potuto teoricamente vendere le proprie quote. Ma il dubbio riguarda un altro “se”: quanti, e per quanto, abbiano sottoscritto gli aumenti di capitale degli ultimi due anni. Magari a debito.