Zaia&Moretti, poteri forti e figuracce

Il governatore leghista e la candidata sconfitta del Pd hanno in comune un atteggiamento opaco sull’influenza dell’economia sulla politica

Follow the money, insegna un saggio detto anglosassone. Segui i cordoni della borsa e troverai chi sta dietro alle decisioni che contano. Significa individuare chi finanzia le campagne elettorali, che sono il primum vivere per un politico, e sapere chi controlla il potere del denaro che condiziona l’economia, che a sua volta influisce sulla politica. In una democrazia rispettosa del suo nome, la massima trasparenza in questo campo dovrebbe essere dovuta: il cittadino ha il diritto di conoscere quali sono i rapporti fra chi chiede il suo voto e i poteri più o meno forti che sganciano i quattrini. Così come deve poter sapere tutto quello che pensa e intende fare il “rappresentante del popolo” su ciò che riguarda quei poteri.

Negli ultimi giorni, al contrario, il Veneto ha assistito all’abituale copione della politichetta in maschera: dire, non dire, fermarsi a metà, farsi scudo di regole sbagliate, fuggire le proprie responsabilità. Come al solito, come sempre. Alessandra Moretti da un lato e Luca Zaia dall’altro, su versanti e argomenti diversi, hanno fatto comunella nel dimostrarsi molto poco rassicuranti sul fronte della transparency. La capogruppo del Partito Democratico in Regione in una maniera grossolana e sfacciata: forse nella sua testa credendo di far bene a tenere orgogliosamente il punto sulla privacy dei suoi sostenitori finanziari, ha visto via via snocciolare dalla stampa i nomi da lei negati. Risultato: l’ennesima figura da chiodi. Perché fra conciari, aziende sanitarie e amici di Marcello Dell’Utri, la “lista Moretti” i suoi scheletri nell’armadio li ha. Attenzione: non perché vi sia alcunché di illegittimo o illegale in questi business, ma perché essendo attività politicamente sensibili e personaggi altrettanto significativi, l’opinione pubblica deve esserne a conoscenza.

E’ inutile e controproducente che Lady Dislike si trinceri dietro la legge sulla riservatezza dei dati: primo, perché potendo saltar fuori lo stesso tanto valeva accordarsi coi munifici supporter e renderli pubblici uscendone da signori; secondo, perché il problema a monte è invece la legge sulle fondazioni, escogitata dalla politica cialtrona apposta per nascondere e coprire le persone fisiche che staccano gli assegni. E’ una norma palesemente truffaldina. Se avesse voluto rendere un po’ più credibile il suo rifiuto a fare i nomi, anziché fare il ponte isterico straparlando di squadrismo e liste di proscrizione (per pietà, Alessandra, fermati, non fare una figuraccia nella figuraccia) la Moretti dovrebbe prendere questa chiara e semplice posizione, dando così una lezione di stile ai leghisti. E invece non lo fa, perché schermare fa comodo a lei come a tutti.

Il governatore Zaia, invece, la fa meno grossa, ma anche lui non convince per niente. In un’intervista al Mattino di ieri, appoggia a metà la proposta del sottosegretario all’economia, Baretta, di spingere per un polo bancario unico in Veneto aggregando popolari e bcc. A metà poiché – giustamente – di tavoli tecnici ne abbiamo tutti fin sopra i capelli, e l’autorevolezza e coerenza in materia da parte del governo Renzi sono fortemente debilitate dal merito e ancor più dal modo con cui ha imposto una riforma bancaria che abolisce il modello cooperativo degli istituti popolari, dandoli in pasto per decreto al mercato speculativo della Borsa e ai suoi squali. Fin qui, ok. Ma un pensiero agli azionisti spolpati di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, il presidente Zaia, non vuole proprio dirlo? Per quale motivo continua a non esporsi neanche per sbaglio sul crollo del sistema di potere di Gianni Zonin nella vicentina, mentre sia il segretario berico Celebron che il parlamentare Busin della Lega, il suo partito, hanno preso posizione eccome? Cosa sarà mai questa iper-prudenza, questa auto-censura, questa super-deferenza? Leggere fra le righe le sue affermazioni di ieri può aiutare: «dobbiamo riconoscere che la banca del territorio è sempre stata il socio occulto delle nostre aziende».

E anche della politica. Non nel senso che Zaia sia stato occultamente pagato (su questo, ha anzi dato prova di correttezza), ma nel senso, più sfumato ma anche più profondo, di una catena di comando che parte dalla finanza passa per le imprese e arriva alla politica. Imprenditori azionisti delle banche, banche che tolgono e danno ossigeno agli imprenditori, politici che tengono conto, a volte fino a rendersene ostaggi, dei desiderata degli uni e delle altre: questo il circolo del potere, più vizioso che virtuoso. Il silenzio di Zaia e della Moretti (in passato finanziata dall’ex direttore generale della BpVi, Samuele Sorato, come scrisse per la prima volta Vvox) e di tutti gli altri tranne eccezioni, non è affatto il silenzio degli innocenti. Ma degli omertosi.