A Verona Beethoven si libera di Mozart

L’Orchestra di Santa Cecilia e la giovane pianista Lisa de la Salle nel Terzo Concerto. Nel finale una grande esecuzione della Prima Sinfonia di Mahler

Quando Beethoven decise di confrontarsi con l’eredità di Mozart nel campo del Concerto per pianoforte, non erano ancora trascorsi 10 anni dalla morte del salisburghese e ne erano passati meno di 15 dalla composizione del “modello” prescelto, il drammatico Concerto K. 491 nella tonalità di Do minore. Come le cose si muovessero vorticosamente, dentro al recinto del Classicismo viennese, troppo spesso considerato di rarefatta placidità,  è dimostrato proprio dal risultato di questo confronto: il Terzo Concerto beethoveniano ha infatti in comune con il predecessore poco più che la tonalità. E da questo punto di vista, è facile constatare come la gamma espressiva possa essere nettamente diversa anche sullo stesso impianto armonico: Mozart oscilla nel suo capolavoro fra i poli dell’inquietudine patetica e di una oggettiva, poetica tragicità; Beethoven costruisce una drammaticità impulsiva e perfino violenta, già improntata al soggettivismo “eroico” che gli sarà tipico e che ben presto attingerà la tensione della Quinta Sinfonia.

Quanto al nodo cruciale della forma concertante, il rapporto fra lo strumento solista e l’orchestra, Mozart non cessa di “raccontarlo” con teatrale vivacità ed efficacia, mentre Beethoven inizia un percorso di rocciosi, accentuati contrasti dialettici fra la parte solistica e quella orchestrale che da un lato porta il pianoforte verso nuovi orizzonti espressivi, dall’altro esalta la forza sinfonica dell’insieme. Il punto di arrivo dei grandi capolavori successivi, e specialmente del più grande di tutti, il quarto Concerto, è già individuato e non è lontano.
Subito apprezzato e almeno per tutto l’Ottocento in testa alla graduatoria di popolarità nel suo genere, il Terzo Concerto per le sue stesse caratteristiche è spesso vittima, anche nella vulgata esecutiva corrente, di un beethovenismo di maniera fatto di molto peso sonoro, di contrasti abbaglianti, di ruvida forza espressiva. In realtà, la sua scrittura contiene un mondo di sfumature possibili, anche senza uscire dal contesto stilistico generale, che rimane imprescindibile.

Lo ha fatto capire bene la ventisettenne pianista francese Lise de la Salle, che si è presentata al Filarmonico di Verona nell’ambito del Settembre dell’Accademia, a fianco dell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Juraj Valcuha (nella foto dello Studio Brenzoni). Il suo Terzo Concerto si presenta nel solco della tradizione per quanto riguarda il suono, ma quella che inizialmente sembra una scelta interpretativa prudenziale, o quanto meno ancora da definire compiutamente, di certo attenta a rifuggire l’originalità a tutti i costi, un po’ alla volta afferma una sua cifra personale nella quale in particolare si apprezza la corrispondenza fervida ed efficace fra l’eleganza classica dello stile e la sottile tensione espressiva del fraseggio, giocato sulle dinamiche ma ancora più sulle scelte di tempo.
Ci pensa poi l’orchestra di Santa Cecilia, con un suono corposo e duttile ben articolato dalla bacchetta di Valcuha, a creare l’equilibrata dialettica strumentale che delinea un Beethoven del tutto “autonomo”, già lontano dall’eredità del Classicismo ma attestato su una linea che non coincide con la banalità di un Romanticismo di maniera.

La formidabile qualità della formazione romana e la notevole profondità di pensiero di Valcuha, da tempo direttore stabile della Sinfonica Rai ma anche ormai sperimentato collaboratore “ceciliano”, hanno poi trovato nella seconda parte della serata veronese una vetrina straordinaria con la prima Sinfonia di Mahler, intitolata “Titano”. Lo si è colto subito, all’attacco rarefatto del primo movimento, reso con tagliente precisione e quindi in tutto il vasto affresco naturalistico di questa parte, che ha esaltato l’agguerritissima sezione dei legni. E poi, lungo tutta questa partitura di tragica grandiosità, canto del cigno del genere Sinfonia e apertura della “crisi” novecentesca, ecco l’irruenza stordente dello Scherzo, l’attonita cupezza del terzo movimento, grottesca parodia funebre della canzoncina di “Fra’ Martino”, la trascinante forza emotiva del Finale. All’interno del quale, Valcuha legge il patetico tema secondario affidato agli archi come una lancinante premonizione del clima psicologico che produrrà l’Allegretto della Quinta Sinfonia e i desolati paesaggi psicologici della Nona, a conferma dell’acutezza e profondità della sua interpretazione.
Ovazioni, chiamate incessanti fino al bis, l’Intermezzo dalla Manon di Puccini, struggente trionfo del suono degli archi dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.