“Gender”? La psicologa: il vero rischio è Internet

Panzeri (università Padova): «educazione affettiva necessaria, senza parlare di sesso». L’omosessualità? «Non si insegna»

Le polemiche sulla chiacchieratissima “teoria gender” e sull’educazione di genere nelle scuole italiane non accennano a placarsi, con le parti contrapposte che si accusano a vicenda di avere posizioni ideologiche. Per approfondire l’argomento può essere utile conoscere il punto di vista di un esperto in materia di psicologia e sessualità. La dottoressa Marta Panzeri dell’Università di Padova è docente di psicologia della sessualità presso il Dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione. E non ha dubbi: «è l’Articolo 3 della Costituzione a sancire che non si può discriminare in base a genere, razza o religione e che è compito dello Stato far sì che ciò non avvenga. Il disegno di legge Fedeli si richiama alla Costituzione per quanto attiene alla discriminazione fra i sessi. I gruppi “no gender” (qui un servizio di Vvox a riguardo, ndr) non hanno capito molto di quello che è scritto nella legge e si sono fomentati tra di loro». Per la ricercatrice, anche l’affaire dei libri per l’infanzia censurati a Venezia (qui un approfondimento di Vvox) non ha alcun fondamento, né scientifico né razionale: «Come sempre nella testa di noi adulti c’è molta malizia, perché sono libri che non hanno nulla a che fare con il sesso».

In ogni caso, spiega la dottoressa Panzeri, educare i bambini non è mai una scelta sbagliata. «L’informazione è sempre uno strumento utile per crescere consapevoli e prendere decisioni nella vita. Certo, bisogna farlo nei modi giusti». Sbagliato è invece parlare di educazione sessuale: «bisogna parlare di educazione affettiva. In ogni caso, va iniziata da subito, altrimenti sì che si trasmette il messaggio che il sesso è un tabù, che non se ne può parlare. Se un bambino ha due mamme o due papà, si chiede perché. Basta spiegarglielo e non serve parlare di sesso». Nessun rischio di favorire la diffusione dell’omosessualità? «L’omosessualità non si diffonde. Una persona è o non è omosessuale su base genetica e all’età giusta, non certo a tre anni, può scoprire di essere orientata verso lo stesso sesso. Quello che può avvenire è di favorire la non discriminazione degli omosessuali».

In definitiva, l’educazione affettiva-sessuale è tutt’altro che dannosa e anzi, nella società iper-sessualizzata in cui viviamo, è molto importante. «I messaggi che ci arrivano dai media non corrispondono alla nostra sessualità: sono forzatamente visivi, mostrano solo l’apparenza, per cui le persone si creano un’idea distorta del sesso». Ciò può causare ripercussioni negative sulla salute psicologica e sessuale dell’individuo: «Si perde una parte importante della sessualità, quella più intima, che ci permette di entrare in relazione con noi stessi e con gli altri. Si punta tutto sulla prestazione tralasciando l’affettività». Il rischio più grande, per gli adolescenti più che per gli adulti, è rappresentato da Internet, dove «viene trasmessa un’immagine violenta della sessualità. Quindi educare le persone fin da piccole le può difendere da questa distorsione che può portare anche a patologie gravi, come la dipendenza sessuale e la dipendenza dalla Rete, che sono in aumento». Insomma: l’abuso di tecnologia, e non l’educazione di genere, sarebbe il problema.