Il capro espiatorio

Sul caso BpVi è giusto, ma é anche troppo facile prendersela con Zonin solo ora. Imprenditori, dipendenti, “società civile”: dov’erano in passato?

I vicentini si sentono un po’ sollevati. Hanno trovato il capro espiatorio: Gianni Zonin. Persino il sindaco, buon ultimo, è arrivato a dire: è finito il suo ciclo. E certo, nessuno più di Zonin si prestava al ruolo. Per anni si è identificato con la banca, in una fastidiosa commistione tra banchiere e viticoltore: la “sua” banca e la sua azienda. Del resto, nella girandola di direttori generali, che cadevano quali foglie in autunno, come a sottolineare che uno e uno solo era il perno di tutto, chi poteva ambire a quel ruolo?

Zonin e Consoli: così si diceva per identificare le due Popolari venete non quotate. Ma il primo era il presidente, questa l’anomalia. Trovare il capro espiatorio è la scorciatoia per autoassolversi. Per dichiararsi innocenti avendo indicato il colpevole di tutto. Operazione scontata, normale, persino attesa. Ma falsa e pericolosa. Zonin ha goduto di una estesa complicità, di cui si è magistralmente giovato. Non dico che già si sapesse quello che ora sta uscendo, men che mai quello che uscirà mano a mano che l’inchiesta procede. Ma quello che si sapeva era più che sufficiente. Eppure nessuno si è mosso e quei pochi che lo hanno fatto, nel generale e solido consenso, apparivano eccentrici e prevenuti denigratori.

Per anni i soci hanno avallato assemblee farsa in cui si votavano i nomi dei consiglieri in una imbarazzante promiscuità che rendeva il voto palese e controllabile. Alla Ceausescu. Ma i cittadini della città medaglia d’oro della Resistenza abbozzavano. Cosa volete che sia la democrazia di fronte all’aumento del valore delle azioni gentilmente concesso dal padre padrone?
I medesimi così hanno assistito sempre impassibili a miracolose conversioni. Avvocati che tuonavano la loro opposizione divenuti improvvisamente agnelli belanti uno zuccheroso consenso. Zonin riempiva la banca di figli di prefetti e generali, cooptando i padri appena possibile e nessuno diceva niente. E intanto nei convegni si predicava la meritocrazia.

Nel 2011 lo studio Giada scriveva un report facendo notare che la Banca Popolare si era autoassegnata una capitalizzazione tale che la poneva subito a ridosso di Medio Banca e la faceva diventare la quarta banca del Paese. E aggiungeva che, con quel valore, in borsa “sarebbe stata la 18ma società di Piazza Affari per capitalizzazione, davanti a colossi internazionali come Prysmian, Campari, o addirittura il big aerospaziale Finmeccanica, uno dei principali gruppi industriali del Paese”. Possibile che a nessun commercialista vicentino, a nessun imprenditore sia passata per la testa una domanda: non è, per caso, che stiamo andando a sbattere? No, Zonin gongolava e tutti con lui.

Adesso i sindacati pretendono che i dipendenti, se indagati, vengano tutelati. Giusto. Ma nessuno di questi dipendenti che sia andato dal suo sindacato a dire: ho ricevuto ordini pericolosi per me e soprattutto nocivi per la clientela che si fida di me? No, mi si dice. Vigeva il terrore. Ah, bene! Se il sindacato non serve in queste situazioni, è meglio che si dedichi al dopolavoro e ai pensionati.

E i signori imprenditori, che non hanno fatto una piega quando i loro massimi esponenti si sono messi o sono rimasti sotto l’ala di Zonin, avallandone tutte le scelte, hanno ora il coraggio di criticarlo? E quelli, non fosse mai!, che hanno firmato la letterina di garanzia che li esentava da ogni rischio nel sottoscrivere l’aumento di capitale, non si sono posti il problema, loro che di bilanci dovrebbero intendersene, che una banca che fa queste operazioni sta barando sulla pelle degli altri ingenui sottoscrittori a rischio pieno?

No, Zonin non è sicuramente innocente. Ma non è l’unico colpevole ed è profondamente ingiusto addossargli tutte le colpe. Del resto ce lo ricordiamo tutti: fino a pochi mesi fa, se uno osava criticarlo e avanzava dei dubbi, veniva guardato con sospetto quasi fosse un sovversivo. Questo era il clima generale. È facile adesso criticare Bankitalia perché non ha vigilato, anzi, in qualche momento pare aver collaborato. È facile prendersela con i revisori dei conti che non si sono accorti di nulla. Tutto facile.

Quello che non sopporto è quando sento: la magistratura doveva muoversi prima. Non perché non sia vero, ma perché è intollerabile che la tanto decantata “società civile” abbia sempre bisogno, per muoversi, dell’intervento esterno, della magistratura, del reato. Bisogno di scaricare altrove le proprie responsabilità. Non lamentiamoci, poi, se qualche procuratore, meno assennato del nostro, ne approfitta.

Zonin se ne andrà, è questione di poco, ormai. Ma se non se ne andrà con lui quel brodo di coltura che gli ha permesso di fare quello che ha fatto, rischiamo che a lui subentri un altro. E sarà ancor peggio.