Liddell, la Randon critica a zigzag

La recensione della Voce dei Berici demolisce la discussa pièce all’Olimpico. Ma “deve” salvarla dall’accusa di blasfemia

Se torno sull’opera di Angelica Liddell (è l’ultima volta, promesso) è per rendere onore al coraggio di Marta Randon, critico teatrale della Voce dei Berici. Il 6 settembre a pagina 14, nel suo articolo di presentazione della pièce che ha inaugurato l’Olimpico, la Randon aveva dato credito alle tranquillizzanti assicurazioni del sindaco Variati («Non c’è alcuna volontà di offendere simboli religiosi e in particolare il crocifisso») e dei due credenti che avevano riferito all’amico vescovo Pizziol quanto avevano visto in prima assoluta a Berlino: «Nessun gesto blasfemo o irriverente contro il Crocifisso». Fidente, mons. Pizziol riportò pari pari quel giudizio nella sua lettera scritta per orientare i fedeli. Logico che la Randon parlasse allora di «grande polverone mediatico creatosi probabilmente dal nulla».

Tutt’altra musica adesso, nell’articolo comparso sul settimanale della diocesi berica il 27 settembre, pagina 34. Dopo aver assistito alla rappresentazione la Randon scrive: «Non ho applaudito. Avrei voluto fare troppe cose. Inchinarmi davanti all’attrice catalana Angelica Liddell (…), girare i tacchi indignata di fronte ad un monologo che coinvolge il Signore in un amore malato e perverso, alla vista di schizzi di sangue del Cristo bronzeo in scena. Stiracchiarmi e schiacciare un pisolino per troppe cose già viste».
Marta Randon procede veloce nella impietosa demolizione del “capolavoro” rivelando particolari taciuti da tutti, a partire da quello delle «pose alla Marylin [Monroe] delle donne nude dalle teste rasate che abbracciano, accarezzano pezzi di croci sul drappo amaranto steso ad onde sulla ribalta – ne ho in mente una  dell’attrice sulla copertina di Play Boy con sfondo rosso – accostate al volto di Charles Manson, pazzo pluriomicida e cantante statunitense, proiettato sopra le vie di Tebe. L’immagine di Manson, barbone e capelli lunghi, ricorda la rappresentazione del volto di Cristo. Figlio di una prostituta fu il mandante dell’omicidio di Sharon Tate, moglie di Polanski, incinta di otto mesi». Per la Liddell, Manson è la nuova Sindone.

La Randon è l’unica a sottolineare, particolare non da poco, che tutta la rappresentazione si è svolta in lingua spagnola, con la Liddell che parla «a macchinetta, con l’impiccio [per lo spettatore] di leggere la traduzione proiettata in una sincronia imperfetta». A questo punto vien da pensare: eccezionali quei due credenti spettatori a Berlino! Lassù la sincronia teutonica era senza dubbio perfetta, ma entrambi dovevano lo stesso conoscere alla perfezione o lo spagnolo o il tedesco per aver convinto il vescovo a mettere nero su bianco che nulla di religiosamente perverso veniva detto durante il famoso monologo. Hanno capito bene i due o ha sentito male la critica teatrale della Voce dei Berici?

Continua implacabile la Randon: «Buffo che Marylin e Charles abbiano ispirato e composto il nome di un altro artista statunitense, Marylin Manson, cantante shock rock che sui palchi di mezzo mondo strappa Bibbie (…) La nudità non fa più scandalo ma la catalana ne ha abusato». Unico neo, secondo me: la Randon omette di citare come esempio di abuso quell’attore nudo come un verme che, spennellato di giallo, interpreta il Cristo deambulante per la scena dell’Olimpico.

Tuttavia anche la Randon assicura, un po’ contraddittoriamente, che sul palcoscenico scamozziano non c’è stata nessuna blasfemia, nessuna offesa, nessuna minima mancanza di rispetto nei confronti del Cristo e della sua crocifissione, ridotta a una deprimente trasfusione di sangue. Comprensibilmente non se l’è sentita di sconfessare in un colpo solo il casto e pensoso sindaco, il suo vice né idiota né miserabile, il non stupido presidente della Fondazione Teatro Comunale e gli ineffabili amici del vescovo. Ma brava lo stesso, Marta Randon!

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