Fondazione Roi sotto il peso di Zonin

La benemerita e prestigiosa realtà culturale, presieduta dal numero uno di BpVi, rischia grosso sul piano finanziario: é il 12° azionista della banca

Nella grande bufera che si è abbattuta sulla Banca Popolare di Vicenza, il tema culturale è piccolo, ma non per questo insignificante. Lo sanno bene gli addetti ai lavori (amministrazioni pubbliche, compagnie teatrali, associazioni concertistiche, musei, editori, istituzioni varie) che hanno avuto modo di conoscere il ruolo tradizionalmente svolto dalla Popolare nel sostegno finanziario a una vasta gamma di iniziative. In tempi ormai lontani gli interventi erano direttamente della banca. Da un quinquennio a questa parte, sempre più spesso ciò è avvenuto “per interposta Fondazione Roi”, istituzione benefica privata legata a doppio filo all’istituto di credito di via Framarin, per il semplice fatto che gli uomini che la guidano sono anche quelli che guidano la Popolare.

E se da almeno tre anni era parso chiaro che i contributi gestiti dall’istituto di credito erano notevolmente diminuiti, a causa dell’aggravarsi della crisi (la principale partecipazione diretta rimanente è quella nella Fondazione del Teatro Comunale: per quanto?), ora è inevitabile chiedersi come si muoverà nel prossimo futuro la Fondazione Roi, che in questo stesso lasso di tempo ha assunto per molti aspetti il ruolo di vera e propria “cassaforte” per la cultura a Vicenza. Un ruolo che pur sostenuto da un’istituzione privata ha un evidente carattere pubblico, di grande rilievo sociale oltre che culturale.

La domanda è legittima dal momento che, come ha rivelato Vvox di recente, la Fondazione risulta essere, con circa 29 milioni di euro, il dodicesimo azionista della Popolare. Questo capitale, in virtù del deprezzamento dei primi mesi del 2015 (la famigerata “caduta” a quota 48 euro dai 62,50 della valorizzazione di cui sopra) si è già ridotto a circa 22 milioni. Ad aprile 2016, una volta avviata la quotazione in Borsa e al netto della partecipazione all’aumento di capitale, il suo valore sarà ulteriormente ridotto. Verosimilmente dimezzato, o peggio.
Dalla primavera del 2013, quando per l’ultima volta la Popolare ha pagato dividendi, il capitale della Fondazione Roi in azioni BpVi non ha più reso nulla e non può neanche essere gestito finanziariamente, per la nota impossibilità a metterlo sul mercato (salvo comportamenti che passerebbero automaticamente all’attenzione della Guardia di Finanza e della magistratura). Non può cioè essere impiegato per lo scopo statutario, che è quello di perseguire “esclusivamente finalità di solidarietà sociale nel campo della promozione della cultura e dell’arte”.

Creata dal marchese Giuseppe Roi nel 1988 e da lui presieduta per un ventennio fino alla morte (maggio 2009), la Fondazione è stata fin da subito il “braccio operativo” dello straordinario spirito mecenatistico di Roi, difensore del patrimonio artistico e sostenitore delle “performing arts”, soprattutto musica e danza. Se ne sono giovati e continuano a giovarsene grandemente a Vicenza il Museo Civico, organizzatori di concerti e di spettacoli di danza.
Subito dopo la morte di Roi, al vertice della Fondazione è andato il vertice della Popolare di Vicenza, di cui il marchese era stato storico e influente socio: Gianni Zonin presidente, Marino Breganze vicepresidente. Data la sua natura privata, i bilanci non sono noti e non si può quindi sapere se i 29 milioni in azioni della Popolare fossero già nel patrimonio della Fondazione stessa o se siano l’effetto di interventi di gestione successivi. Né è noto se esistano altre rendite in relazione ad altre porzioni, collocate altrove, di un patrimonio che già solo per la parte in Popolare si deve comunque considerare particolarmente cospicuo.

Il sito Internet della Fondazione è decisamente sintetico e nulla svela da questo punto di vista. È costituito da una sola pagina nella quale sono elencate le iniziative per così dire “stabili”, le borse di studio annuali per le metodologie del restauro e per il perfezionamento delle tecniche della ceramica tradizionale veneta (altra grande passione culturale di Roi) e il finanziamento delle visite didattiche e dei percorsi guidati al patrimonio artistico vicentino, meritoria iniziativa rivolta alle scuole (i tre poli sono villa Valmarana “ai Nani”, il tempio di Santa Corona e il Museo Diocesano con l’area archeologica della Cattedrale”). Di ciascuno di questi interventi che hanno cadenza annuale, non sono resi noti gli importi. Si sa invece, perché è stato detto pubblicamente, quanto la Fondazione ha profuso negli anni per il Museo Civico di Vicenza: 318 mila euro. È una storia lunga e virtuosa, iniziata con il finanziamento del catalogo scientifico delle collezioni di palazzo Chiericati.

L’ultimo intervento è il cosiddetto “marchingegno” (Bulgarini d’Elci dixit) in base al quale il costo del direttore scientifico del Museo è sostenuto dalla Fondazione stessa. Singolare, e sfuggito probabilmente a tutti, il fatto che Zonin, nel commentare l’accordo un paio di mesi fa, abbia dichiarato che la Fondazione Roi è «aperta ai lasciti e alle donazioni» di tutti gli appassionati di arte e cultura. Come se ci fosse bisogno di apporti di denaro fresco. In ogni caso, il “marchingegno” ha durata annuale e quindi nel luglio 2016 si potrà constate se e come proseguirà.

Nella situazione attuale, il capitale della Fondazione Roi in azioni della Popolare di Vicenza è sicuramente molto importante per quanto riguarda la complessa partita a scacchi della governance prossima ventura della banca, gestito com’è direttamente dal presidente uscente (il quale poi, personalmente o con la sua famiglia, possiede azioni per altri 21 milioni di euro). Ma è molto meno efficace, in quanto “congelato” e destinato a ulteriori radicali erosioni di valore, nella sua funzione principale di strumento per realizzare la volontà di Giuseppe Roi. Il quale era solito dire che «il patrimonio culturale è un’eredità che le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno affidato e che noi siamo tenuti e ci impegniamo ad affidare alle generazioni che a noi succederanno». I prossimi mesi, fra molte altre cose, diranno anche se la sinergia della Fondazione Roi con la Banca Popolare di Vicenza ha seguito questi principi e se la Fondazione sarà in grado di continuare a fare l’interesse della cultura come voleva il suo fondatore, un grande mecenate vicentino del quale si sente acuta la mancanza.