Il vicolo cieco di Tosi

Uscito dalla Lega, scornato alle regionali (perfino nella sua Verona), il potere contrattuale del sindaco veronese nel centrodestra è ai minimi termini. Renzi lo “usa”, e su Cariverona la partita è aperta

Il sindaco di Verona Flavio Tosi non lo ammetterà mai, ma dopo la sua uscita dalla Lega, per lui è cominciata una lotta contro il tempo: per la sopravvivenza politica.  L’ex segretario veneto del Carroccio sta esaurendo il secondo dei due mandati consecutivi a Palazzo Barbieri. Una sua ricandidatura come pro-sindaco in pectore, cosa che a Treviso riuscì benissimo a Giancarlo Gentilini, non è possibile: il risultato alle ultime regionali di primavera lo dice chiaramente, essendo arrivato terzo (terzo!) nella sua città, nel suo fortino, coi suoi aficionados di “Fare” che si aspettavano una affermazione netta, non un mezzo aborto elettorale. Il suo delfino Fabio Venturi, messo a capo della multiutility Agsm a giugno, non avrà affatto la strada spianata, alle comunali del 2017.

Di più: la manovra architettata in ambienti del Pd veronese e in ambienti tosiani per una futura alleanza in vista del voto comunale, sta naufragando sotto il peso degli attacchi e delle difficoltà patite dal suo primo sponsor Federico Vantini, caduto nel suo stesso Comune, San Giovanni Lupatoto. Un giovane benedetto da Renzi che, per capirci, su Verona la pensa così: «il Pd deve uscire dal dibattito del Tosi nemico o Tosi alleato e dalle vecchie logiche di mediazione di corrente. Verona è una città di centrodestra e quindi il Pd da solo non vincerà mai» (Corriere del Veneto, 17 settembre 2015).

Ma da sempre il grande sogno di Tosi è avere un posto, possibilmente in prima fila, sulla scena nazionale. E pur di esserci e in qualche modo “contare”, non si è tirato indietro nel dare l’appoggio, tramite i suoi in parlamento, alla riforma del Senato che tanto sta a cuore a Matteo Renzi. Il quale, furbo com’é, ha incassato il vantaggio tattico, ma è tutto da vedere se e cosa darà in cambio. Pare, infatti, che abbia già risposto picche all’idea di concedere a Tosi una poltrona da sottosegretario. Il motivo è tanto semplice quanto brutale: all’oggi Tosi non ha alcune dote da portare all’eventuale tavolo della trattativa. Né in termini di voti, né in termini di relazioni nel mondo economico giacché il suo (ex) grande mentore Corrado Passera (ex ministro ai trasporti con Monti, già amministratore delegato di Poste e Banca Intesa), pare ormai relegato in un angolo. Altro che riplasmare un centrodestra moderato.

Un avvenire senza sbocchi politici. Ma Tosi gioca anche su altri campi, che con la politica c’entrano molto ma è politica di corridoio e d’intreccio con il business. Uno è l’autostrada Brescia-Padova, di cui lui é presidente. Il possibile ingresso della multinazionale iberica Abertis nel pacchetto di controllo (subentrando a Banca Intesa), renderebbe poco praticabile una sua conferma. Anche perché – e questo è il punto dirimente – se prima Tosi aveva fatto affidamento sul suo ruolo di punta nel Carroccio e contemporaneamente sul suo peso come sindaco del capoluogo scaligero (e azionista della società autostradale), ora questa doppia condizione è venuta meno. E verrà meno del tutto quando non sarà più nemmeno sindaco.

Rimane un’ultima speranza, per l’ex astro nascente leghista. Quella di inserirsi nella partita in corso per la successione di Paolo Biasi alla presidenza della fondazione Cariverona, nella quale il Comune di Verona ha un’influenza notevole. Biasi dovrebbe fare le valigie per raggiunti limiti di età (sempre che lo statuto della Fondazione non cambi clamorosamente). E sta spendendo liasons ed energie affinché al suo posto finisca il fedelissimo Giovanni Sala, attuale vicario. A cui Tosi contrappone il suo fedelissimo: Giovanni Maccagnani. Ma nella città di Giulietta e Romeo molti sostengono che si tratti di una mission impossible: troppo fitta e troppo estesa è la rete di controllo cucita da Biasi attorno alla “sua” fondazione. Una matassa che Tosi non ha la forza per sbrogliare con le poche truppe rimastegli. Il che potrebbe costargli l’oblio politico.

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