Gli inquietanti misteri di Palladio

Itinerario alla scoperta del lato oscuro della Vicenza del ‘500. Fra tombe segrete, “grossi” crani e storie d’amore e di sangue…

Vicenza è bagnata da una pioggia sottile. Timido, il cielo lascia intravedere qualche macchia d’azzurro, chissà. In questo caffè del centro si sta proprio comodi: cappuccino ai cereali e una buona brioche, la mia colazione del weekend. Tra qualche giorno arriveranno alcuni amici romani. Qualcosa l’ho già organizzato, ma si sa, per chi viene dalla Capitale è difficile farsi sorprendere. Un giro sulla terrazza della Basilica Palladiana, poi a scendere in Piazza dei Signori, verso Ponte San Paolo e infine fermata alla casa del Pigafetta. E poi ancora: raggiungere l’Eretenio, salire tra i porticati del Palladio e gustare il tramonto dalla piazza alta di Monte Berico. E poi le Ville, sempre palladiane, per tornare a Piazza Matteotti, con Palazzo Chiericati e l’arcinoto Teatro Olimpico.

A furia di dire “questo è del Palladio!”, i miei ospiti che faranno, si appalleranno? Eppure, la città dei magnagati deve all’archistar Andrea così tanto che a volte nemmeno i propri abitanti se ne rendono conto. Per noi vicentini, Palladio è un nome che sentiamo risuonare fin da piccoli, un luogo comune. Durante la colazione ho con me un piccolo saggio, rubato alla libreria di un siciliano doc, trapiantato a Vicenza da qualche tempo. Ironia della sorte vuole che nello sfogliare le pagine si scoprano interessanti spunti per vicentini alla ricerca di qualche nuovo scorcio di là della classica vasca in centro. Ecco che il mio itinerario alternativo inizia a prendere forma, circonfuso dall’aroma di caffé.

FullSizeRender-31. Va bene, Andrea di Pietro della Gondola. Questo è il suo nome. E fin qui… Bisogna sapere, però, che paladio è un appellativo dato al genio dell’arte neoclassica da una delle figure che più di tutte influenzò il maestro, Giangiorgio Trissino. Un amico e un mentore, il conte Trissino prese sotto la sua ala protettiva il giovane Palladio mentre questi stava lavorando presso la sua villa di Cricoli. E non si dica che Palladio era figlio di un gondoliere. Suo padre era mugnaio, un piccolo imprenditore nell’animo, dicono le carte, ma certo al figlio Andrea il legame con la grande aristocrazia della prima metà del Cinquecento fu fondamentale per coronare il successo artistico. Se passate per la Biblioteca Bertoliana, potete chiedere di vedere l’iscrizione alla fraglia (una sorta di sindacato) dei muratori, scalpellini e scultori di Vicenza risalente al 1524 che così dice: “Andrea fiolo de piero da Padova, monaro, garzon de maistro Zuanne e maistro Jerolimo, compagni taiapria in Pedemuro”.

2. Non è molto chiara la motivazione del trasferimento di Andrea a Vicenza, sembra essere legata al lavoro del padre, ma non dimentichiamo che Padova, durante la prima infanzia del Palladio, è al centro di una delle più terribili guerre della Serenissima. Prima occupata dai tedeschi, poi saccheggiata dai veneziani, certo non doveva essere troppo vivibile. E dunque, Vicenza fu. Quella che è riconosciuta essere la casa del Palladio per i vicentini, il palazzo lungo il corso, fu invece la residenza di un notaio, Cogollo. Perciò, meglio fare un giro in contrà Pedemure San Biagio o a Piazza Castello, dove l’architetto ha vissuto in affitto per qualche tempo.

3. La zona di San Biagio è una tappa obbligatoria. In Pedemure, Palladio iniziò la sua attività, ancora giovanissimo, presso la rinomata bottega di Giovanni da Porlezza e di Girolamo Pittoni. A oggi, non è chiaro quale fosse il palazzo preciso in cui aveva sede la bottega, ma camminare lungo i portici di San Biagio ha un che di suggestivo. E’ proprio qui, tra le vetrine dei piccoli negozi di antiquariato e portoni di legno dall’aria antica, che un tempo si tagliava la pietra, lì dove arrivavano le committenze più prestigiose. E’ qui che il giovane Andrea diventò palladio.

GaleazzodaRoma_ke2palladio4. La Vicenza del Cinquecento, se da una parte era cantiere vivo di opere e di arte (pensate per esempio che la Basilica Palladiana è stata costruita in sessant’anni), dall’altra era anche teatro di passionali e sanguinose avventure. Per gli amanti dello splatter, basta percorrere il Corso in direzione Teatro Olimpico e soffermarsi tra il civico 170 e 172, in quella che una volta era la residenza dei Valmarana. Ebbene, la scritta che troverete narra la storia grand-guignolesca di un rifiuto d’amore. Siamo nel 1548, la vedova Isabetta da Roma ha perso la testa per Alberto Valmarana – mica sciocca, la ragazza ad innamorarsi di un aristocratico… Ma Alberto proprio non ne vuol sapere. Con astuzia, la donna tenta di aggirare la situazione facendo sposare la propria figlia al fratello dell’amato, Niccolò Valmarana, ma purtroppo neanche il nuovo legame familiare accende il giovane Alberto. Ecco il piano B: il sangue. Isabetta ingaggia i suoi fratelli, Galeazzo e Leonardo da Roma, che assieme ad altri tipacci irrompono in casa Valmarana. Alberto viene trafitto da trentotto pugnalate (non contenti i da Roma utilizzarono anche armi da fuoco) e Niccolò fa la stessa fine. Anche la madre dei Valmarana viene colpita, ma sopravvive. Le carte processuali ci raccontano che, in seguito al misfatto, la perquisizione della casa dei da Roma repertò “diversi libreti de negromatia et incantamenti”.

5. Cosa si sa sulla morte del nostro Palladio? E’ il 1580 quando l’architetto se ne va all’altro mondo. Per l’epoca non era considerato degno di una sepoltura in chiesa: le frequentazioni con i luterani, la sua scarsa partecipazione alle ritualità liturgiche… insomma per i domenicani era considerato un peccatore. Eppure, se si entra nella Chiesa di Santa Corona e si percorre la navata centrale verso l’altare, sull’ultimo pilastro di sinistra si può trovare una lapide che lo nomina. Potete anche parlare con Gianni, il custode.

FullSizeRender-4E’ stato il mitico Gianni a dirmi che furono proprio i Valmarana a intermediare per poter seppellire il Palladio a Santa Corona. L’architetto aveva disegnato la cappella della nobile famiglia, come non permettergli di dimorare eternamente nella casa del Signore? Così, il peccatore divenne benedetto agli occhi della Chiesa dopo che i conti Valmarana compensarono con qualche scudo d’oro. Detto fatto: Palladio fu sepolto, e una bella lapide che lo ricorda si trova anche lungo le scale che scendono verso la cappella. Quando venne il tempo di recuperare i resti dell’architetto per trasferirli nel cimitero monumentale, un imbarazzo generale colse i presenti all’apertura della tomba. Diciotto crani e relativi resti se ne stavano bellamente raggruppati, tutti insieme. Quale sarà stato quello del genio dell’arte? Panico. Ma ovvio: quello più grosso di tutti, segno di chiarissima intelligenza. Era davvero il suo? Boh. Non lo sapremo mai.

Con l’ultimo sorso di caffè chiudo le pagine che ispirano il mio itinerario. Quelle macchie azzurre che prima facevano solo capolino, ora lasciano intravedere un tiepido raggio di sole. Arrivano i miei amici. E’ l’ora di palladianizzarli.