Prelato gay di Padova: «Charamsa ha sbagliato»

Un sacerdote di rango spiega perchè per il coming out é troppo presto. E descrive la lobby omosex e i giochi di potere nella Chiesa

«Da omosessuale le dico il coming out di Krzysztof Charamsa è un errore madornale, sempre che non si tratti di una mossa pianificata da qualcuno e messa in pratica dall’inconsapevole Charamsa». A parlare è don Mario – nome di fantasia per espressa richiesta dell’intervistato – un sacerdote padovano che conosce bene la Chiesa veneta. E che in passato ha avuto compiti di rilievo presso l’amministrazione della basilica di Sant’Antonio a Padova.

Non le pare che una critica del genere a Charamsa sia in qualche modo contraddittoria? Lei, da sacerdote, come vive la sua omosessualità?
Andiamo per ordine. Io ormai ho superato da un bel pezzo gli anta. Quando ho capito che sul piano sessuale preferivo gli uomini stavo per entrare in seminario. Non ero quindi un ragazzino. Da quel momento ho vissuto la mia sessualità in modo nascosto. Non solo per il condizionamento sociale, ma anche perché, e la cosa si è accentuata negli anni, ho una certa goffaggine nell’approccio intimo che non mi ha dato una mano.

Ma sono tanti i preti omosessuali?
Sì. In Italia a spanne sono la metà. Io credo che per molti sia un orientamento diciamo così maturato naturalmente. Ma ce n’è una nutrita maggioranza che è giunta alla omosessualità per come in passato erano organizzati i seminari. Vere e proprie caserme della dottrina in cui aspetti, teologici, di relazione, di potere pesonale e di rivalsa si intrecciavano senza soluzione di continuità. Oggi il fenomeno c’è, ma in forma assai minore.

Lei sta dicendo che anche nel mondo della chiesa o del Vaticano esistono, per esempio, carriere e posti di potere ottenuti in ragione di favori sessuali?
Ma che domanda è? È ovvio. Parlo di favori e ricatti in ambito eterosessuale e omosessuale. È la storia di tutti i sistemi di potere e la Chiesa non fa eccezione. Non faccia il finto tonto.

Ma allora come mai lei critica Charamsa?
Io credo che la Chiesa inevitabilmente andrà verso un’apertura in tema di matrimonio dei preti, omosessualità, nozze gay e altro ancora. Ma si tratta di cambiamenti che devono seguire in scia quelli della società. Oggi è troppo presto. Fra un paio di generazioni sarà diverso. Per questo io ho sempre tenuto il mio orientamento nascosto, anche quando ho avuto un compagno, un noto avvocato padovano, cattolico, sposato, ma molto critico verso la Chiesa, al limite dell’eresia. La Chiesa è fatta di mistero, di fede, di comunità, e anche di politica. Io penso ad un equilibrio virtuoso e vero di questi elementi. Ma sono il primo che per questo orizzonte non agisce e non prega a sufficienza.

Lei parla di Charamasa come possibile strumento inconsapevole di qualche manovra? Perché?
Charamasa viene da un ambiente di potere e di relazioni di altissimo livello quale la Congregazione per la Dottrina della Fede. In quell’ambiente si celano molti oppositori al rinnovamento di papa Bergoglio. E l’uscita di Charamsa, guarda caso, è stata seguita dal caso della lettera dei tredici cardinali contro le aperture del Pontefice. Da padovano, noi della città del Santo che siamo tutti esperti in materia, sento puzza di massoneria e di apparati.

Si spieghi meglio. Che vorrebbe dire?
In questo momento, ma anche in passato le cose non sono andate diversamente, una parte importante, in qualche modo tradizionalista del clero, ha camuffato la lotta per la conservazione della autenticità della Chiesa con la lotta per la conservazione di rendite di potere, a braccetto con le elites di questo o quel Paese. L’Italia è un caso emblematico e millenario. Il papa, che è un gesuita – non scordiamocelo – ben prima di varcare il Soglio ha fatto un ragionamento lucido. Gli scandali, non solo la pedofilia, gli intrallazzi e la gestione spregiudicata del potere, del denaro, delle guerre per il controllo dello Ior e delle sue coperture inconfessabili, rischiano di far implodere la Chiesa. Bergoglio lo ha capito. E prima di fare un ragionamento in termini etico-religiosi, ha agito sul piano politico avviando un’azione, ricorrendo ad un certo cinismo in certi casi, di rinnovamento, duramente contrastata sia dentro che fuori il Vaticano.

Chi è il capo di questa fronda?
In Italia il patriarca emerito di Venezia, il cardinale Angelo Scola, dovendo semplificare. Nella lotta interna alla parte moderata e conservatrice della Chiesa è riuscito a mettere dietro di lui personaggi come Camillo Ruini, Angelo Bagnasco e Tarcisio Bertone. Ora l’uscita di Charamsa finirà per indebolire l’azione di papa Francesco. Il quale però ha dalla sua un pezzo importante dei vescovi e dei cardinali stranieri. E poi…

E poi?
Il papa è un gesuita, ricordiamolo ancora. Tutti lo conoscono per la sua parte pubblica. Il papa semplice, il papa gentile, il papa che si compra la montatura degli occhiali. Sono frattaglie mediatiche. Ma osservatelo di tre quarti in quegli attimi in cui riflette dentro di sé. Solo quello sguardo ti fa capire che è in grado di ordire manovre di corridoio altrettanto ciniche rispetto a quelle dei suoi avversari. Si pensi a come sta usando l’ala conservatrice della Chiesa, a partire da coloro che hanno simpatie lefebvriane o iper-tradizionaliste, per controbattere alle pressioni che l’establishment gli sta facendo per il tramite di personaggi come Antonio Socci o Magdi Allam. O come gli aficionados di Padre Pio o di Medjugorje. Dalle cui schiere, sempre con lo zampino di quel mondo che fa riferimento anche a Comunione e Liberazione, partono stoccate e frecciatine più o meno giornaliere. In pratica è una manovra a tenaglia con la quale il Pontefice vuole prendere in mezzo i conservatori: una tenaglia che vede in una ganascia l’ala più progressista e nell’altra quella conservatrice. In questo senso si legga la visita alla funzonaria americana incarcerata per non avere rilasciato alcune licenze per matrimoni omosex pur garantiti dalla legge.

Ma il rapporto tra omosessualità e clero, anche in quel che fu il Veneto bianco, è cambiato? O meglio i preti omosessuali vivono ancora con ambiguità e difficoltà la loro condizione?
Oggi, pur tra mille difficoltà, questa tensione si avverte meno. Una tensione che in passato, mi scusi la brutalità, in ambito clericale generava quelle che noi chiamiamo le checche isteriche col clergyman. Che sfogano la loro frustrazione per non poter essere pienamente ciò che sono, o che vorrebbero essere, con atteggiamenti aggressivi, vendicativi e con un rapporto malato col potere o il denaro. Basterebbe che andassero a spaccare un po’ di legna. Scaricherebbero meglio la tensione. Ecco, questa se si vuole è la lobby gay nel mondo della Chiesa. Una lobby i cui appartenenti, prelati o laici che siano, ben si guardano dal fare coming out, non per ragioni etiche ma questioni di potere. E se c’è un posto dove questo intreccio, tra massoneria, mondo gay, poitica, affari e finanza si perpetua intatto, è Vicenza.

Anche in politica?
Ma scherza? Erano gay anche alcuni pezzi da novanta della Dc berica. Non mi prenda per il… Perdoni la battuta da trivio.