BpVi e Bankitalia, coppia affiatata

Dalla cooptazioni al caso Etruria fino al coinvolgimento nell’indagine su Visco, tutti gli episodi di una storia a due fra Palazzo Koch e l’istituto presieduto da Zonin

Quali sono esattamente i rapporti fra l’istituto centrale nazionale, Banca d’Italia, e la Banca Popolare di Vicenza? E’ una zona d’ombra che si sta allargando a voragine di mese in mese. Con fatti che si mettono in fila da soli.

Il 20 settembre 2013 il presidente Gianni Zonin annuncia di aver fatto il colpaccio: ha fatto assumere Gianandrea Falchi, ex capo della segreteria particolare della Banca d’Italia quando a a presiederla era Mario Draghi. Avrà il compito di curare le relazioni istituzionali e internazionali. Un anno dopo, il sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta puntualizza che non trattavasi di conflitto d’interessi in quanto Falchi aveva lasciato l’incarico a via Nazionale prima dell’avvio degli stress test sulle banche italiane e non si era mai occupato di vigilanza creditizia. Ma è noto che per Zonin le public relations sono importanti tanto quanto i numeri e le formalità.

Nel maggio 2014 esce la notizia che la Popolare berica acquisterà (a 9,52 milioni, con prezzo minimo d’asta di 9,35 milioni) Palazzo Repeta, a Vicenza, da Bankitalia, grazie alla rinuncia del diritto di prelazione di Stato, Regione e Comune (quest’ultimo, governato dal piddino Achille Variati, era stato il più veloce e solerte a spianare la strada all’operazione). Per cinque anni l’immobile era rimasto invenduto: Palazzo Koch non era riuscita a cavarci un ragno dal buco. L’intervento della BpVi, puntualmente avvenuto, è stato quanto mai provvidenziale.

Nel giugno 2014 l’aretina Banca Etruria respinge al mittente un tentativo di acquisizione da parte della Popolare berica. Un’offerta che, secondo l’ispezione di Bankitalia che nel febbraio di quest’anno portò al commissariamento della banca toscana, il vertice vicentino non sottopose all’assemblea dei soci (Corriere della Sera, “L’ultima tegola sui conti Etruria. Emerge una perdita di 400 milioni”, Mario Gerevini, 18 febbraio 2015). Sembrerebbe un’implicita auto-accusa da parte di Palazzo Koch, visto che era stata proprio Bankitalia a premere sugli aretini perché si aggregassero con un istituto di “elevato standing”, quale era considerata appunto la vicentina. Molto significativa fu la durissima presa di posizione dell’ex sindaco Giuseppe Fanfani: «Banca Etruria non si tocca, non può diventare una filiale della Popolare di Vicenza». E lo diceva a quel tempo, quando quest’ultima era tenuta in palmo di mano come “polo aggregante”.

Nel marzo 2015 emerge lo strano caso del deposito di Banca Bene alla BpVi. Si tratta di una piccola banca di credito cooperativo del Cuneese, commissariata nel 2013, che aveva deposito presso l’istituto veneto un ammontare (17,6 milioni, anche se sarebbe stato molto di più) superiore del 25% al tetto prudenziale. Il fatto è certo e acclarato dalla relazione in cui il commissario riepilogava la situazione a Banca d’Italia. Questi rispondeva al nome di Giambattista Duso, che mentre commissariava per conto di via Nazionale era anche amministratore delegato di Marzotto Sim, una società di intermediazione immobiliare di cui la BpVi è uno dei maggiori azionisti. Secondo Francesco Bedino, ex presidente di Bene Banca, un palese caso di conflitto d’interessi.

Infine, le ultime che arrivano da Spoleto sull’indagine per corruzione, truffa, abuso d’ufficio e infedeltà a carico del governatore di via Nazionale, Ignazio Visco, assieme ad altri sei fra vigilanti e commissari. Nella vicenda che riguarda l’amministrazione controllata e la cessione della Banca Popolare di Spoleto al Banco di Desio e Brianza (anziché ad una cordata di imprenditori locali, svalutando i risparmi dei vecchi soci), fa capolino anche la Popolare di Vicenza. Il Fatto Quotidiano in edicola oggi riporta la versione dell’ex presidente dell’istituto umbro Giovanni Antonini, sgradito a Bankitalia: «l’accordo per l’ingresso dei veneti nel capitale della banca», scrive l’articolista Marco Palombi, «era quasi chiuso (“sono stato persino invitato ad un loro cda, poi hanno cambiato idea”). Non solo: la banca di Zonin presentò un’offerta d’acquisto anche ai commissari Bps nominati da Banca d’Italia». E allora cosa andò storto? Nell’esposto dei soci da cui è partita l’inchiesta giudiziaria si legge che, nel passaggio della Bps a Banco Desio, la filiale Bps di Torino venne ceduta per niente o quasi alla Popolare di Vicenza. Secondo l’esposto, fu «il prezzo… pagato da commissari straordinari affinché la banca veneta si ritirasse dalla competizione».

Quest’anno gli ispettori della Banca Centrale Europa, rovistando fra i conti della Popolare vicentina, hanno portato alla luce un buco da 1,053 miliardi, con 974 milioni corrispondenti a «correlazioni tra capitale sottoscritto e finanziamenti concessi ad alcuni soci»: la famosa partita di giro su cui sta indagando la magistratura. Le ipotesi di reato sono aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Ma quanto ha vigilato, la vigilanza? Ha scritto Luigi Zingales sul Sole 24 Ore del 9 settembre scorso: «La domanda… non è perché la Bce sia stata così severa con la BPV, ma perché la Banca d’Italia in passato non lo sia stata». Una domanda che andrebbe rivolta pure al collegio sindacale, alla società di revisione e soprattutto alla Consob. La risposta di Zingales è in un detto di queste parti: “schei e amicissia, orba la giustissia“. L’unico a non restare orbo, cioé cieco, è stato in questi anni Elio Lannutti dell’Adusbef, che in un esposto del 2008 e poi in un altro del 2014, tutti i fatti di cui sopra li aveva denunciati. In solitudine.

Per il resto, rimaniamo in attesa delle dimissioni del presidente Zonin e del cda.

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