Palladio “cool” è un affare. Leggere per credere

Due storici appassionati al tema, Demo e Panciera, raccontano com’erano gli imprenditori che resero possibile il miracolo palladiano. E se (e come) imitarli oggi

Cari imprenditori, vi chiamate così per qualcosa: perché fate impresa. E una “impresa” significa rischio, pericolo, scommessa. Mettendo in conto l’eventualità di non guadagnarci nulla o addirittura perderci. Gli imprenditori veri questo lo sanno, e lo fanno. E sono questi uomini d’impresa quelli di cui ha bisogno la cultura. Non solo per perpetuarsi, ma per diventare un’occasione vantaggiosa, un affare. Reciprocamente: per fare utili, e per la conoscenza. Tutto questo bel discorsetto per introdurre il tema dei temi: come rendere appetibili l’arte e la storia per chi, per sua vocazione, deve ricavare sempre e comunque il massimo profitto? Nel nostro caso: come coinvolgere il mondo imprenditoriale nel lancio del Palladio come marchio e del Veneto come must d’investimenti?
demo
Per provare a rispondere, bisogna farsi una cultura. Cioé guardare indietro, altrimenti davanti non si riesce a scorgere nessuna via d’uscita. E quindi rivolgersi a chi ne sa. Uno è senz’altro Edoardo Demo, docente di storia economica all’università di Verona. Zazzera bionda, fare informale, parlata semplice, ci spiega i motivi profondi per cui i committenti di Andrea Palladio fecero quel che fecero. «Al contrario di quel che riteneva la storiografia d’impronta marxista degli anni ’50-’60, non erano oziosi rentiers dediti solo all’agricoltura. Lo si comprende proprio a partire dagli edifici palladiani: se lo fossero stati, non avrebbero avuto la liquidità necessaria per i cantieri edilizi». Erano invece veri e propri «uomini d’affari internazionali», e ne fiorì un folto gruppo nelle città venete grazie ad una serie di elementi propellenti, fra cui «l’alto tasso di urbanizzazione del Veneto (ch’è diventato povero e pellagroso solo nell’Ottocento); lo sfruttamento dell’acqua come fonte d’energia; le materie prime per la lana, cioè i gelsi per la bachicoltura, per i quali l’area vicentina e veronese era favorevole». Si trattava di nobili, ma niente a che fare con lo stereotipo da ancién règime: erano dinamici e intraprendenti, e la loro “mercatura” arrivava fino ad Anversa, a Londra, a Cadice, a Lisbona. «Facevano innovazione di prodotto, di mercato, “targettizzavano” l’offerta a seconda dei gusti locali, diversificando fra sete preziose e mezzelane a basso prezzo». Erano innovatori, insomma. Per questo si trovavano benissimo con un tipo come Palladio. «Noi ora pensiamo a lui come ad un classico, ma allora, nel suo campo, era un innovatore. Ecco perché un visionario trovò ascolto e finanziamenti: perché trovò altrettanti visionari». Sì ma perchè si sono fatti prendere dalla visione di quelle ville e di quei palazzi assolutamente eretici per l’epoca? «Perché, complice l’apertura mentale che derivava loro dai viaggi e dal loro modo di lavorare, erano persone colte, che leggevano, nelle cui famiglie c’erano ufficiali e diplomatici negli Stati stranieri o esponenti dell’alto clero, e tutto questo ci porta alla parola-chiave: cosmopolitismo». I Saraceno, gli Scroffa, i Nievo, i Trissino, i Thiene e tanti altri erano di casa a Vicenza come in Francia o in Inghilterra. Infondendo alla loro sensibilità il gusto del bello senza pregiudizi, della diversità e della novità.
panciera
Sottoscrive un altro prof che si é occupato del periodo in questione, Walter Panciera, che insegna storia all’ateneo di Padova. Con lui – che come leggerete sotto, non ha peli sulla lingua e dice le cose come stanno – approfondiamo il confronto fra l’imprenditore cinquecentesco e quello di oggi sul lato dell’attenzione alla cultura. «Il mercante veneto del ‘500 assomiglia di più all’attuale imprenditore post-moderno». Addirittura. «Sì, perché, posto che il fine è sempre il massimo profitto, diversifica in più settori: dalla terra, che gli dà una rendita che serve come garanzia per prestiti a medio-lungo termine, a operazioni finanziarie, come l’acquisto di titoli di debito pubblico veneziano, e proto-industriali, come gli impianti di gelsi». Come detto, molti erano di casate nobiliari, ma c’erano pure i non-nobili, come i Franceschini. Non era solo businessmen: «erano essi stessi uomini di cultura, come Trissino e Bembo, che coltivano in prima persona interessi intellettuali. E lo facevano anche, esattamente come adesso, per diversificare il proprio patrimonio». Un investimento in senso stretto? «Si trattava di élites molto ristrette che partecipavano ad un clima culturale». Mecenatismo? «Il mecenate puro, quello rinascimentale per intenderci, che agiva indipendentemente del profitto, ha fatto grande l’Italia. Il vantaggio si riverbera a noi fino ad oggi». Un modello simile non è più pensabile oggi. «Ma anche gli imprenditori di allora si facevano i loro conti. La differenza è che aderivano ad un progetto culturale». L’altro termine da fissare è “umanesimo”: «fu il senso della cultura umanistica a ispirarli, e oggi invece è emarginato».
palladio museum
Appunto: oggi. Per Demo ai potenziali Trissino & C di oggi manca anzitutto «il livello culturale», e nel senso umanistico di Panciera: «se non conosci e non sai parlare delle storia e delle bellezze del tuo territorio, se viene a trovarti un cliente cinese non sai dove portarlo, e puoi perdere occasioni d’affari». Poi: se Palladio è stato nominato padre della patria negli Stati Uniti, dovrebbe diventare «un vanto di Vicenza e del Veneto», e perciò qualche «imprenditore illuminato» dovrebbe capire l’importanza e il possibile ritorno di un simile «bene». Un ritorno, però, «non immediato, perché la cultura “paga” per il valore aggiunto che il territorio dà. Ed è questo valore aggiunto a non rendere l’investimento a fondo perduto». Il fattore-tempo diventa decisivo, inteso come tempo medio-lungo, se non lunghissimo: «Ai tempi di Palladio c’era l’idea di lasciare qualcosa dopo. Oggi cosa lasciamo a Vicenza: Borgo Berga?». Stringi stringi, il problema dei moderni imprenditori è la miopia. Panciera non ci gira intorno: «rischiano pochissimo perché hanno paura di perdere quattrini, hanno la manina corta». Motivo? «L’imprenditoria veneta è fatta di piccoli e medi imprenditori, dovrebbero essere le associazioni di categoria a fare qualcosa in più». Ci permettiamo di essere scettici, a riguardo. «E io posso farle l’esempio del centro studi di un’associazione confindustriale a cui avrei dovuto partecipare che non è mai decollato, solo per dirle che manca l’interesse, gli imprenditori vivono avulsi dal contesto culturale». Panciera non è solo critico, una proposta la fa: «un imprenditore illuminato riattivi il dialogo fra impresa e cultura convocando degli Stati Generali sulla questione, con obbiettivi precisi come mettere in rete tutti gli itinerari palladiani: possibile che in Sassonia, che c’hanno quattro cose, è tutto molto curato e facile per il turista, e qui se vado alla Rotonda poi non so cosa fare per visitare le altre ville? Qui servirebbero criteri imprenditoriali. Attenzione: dialoghiamo a patto di tagliar fuori la politica. Nessun nuovo ente, lo snodo può e dev’essere benissimo il Palladio Museum». E su questo, illuminati o no, gli imprenditori dovrebbero convenire. Forza, parlatevi fra voi, uomini d’ingegno e di coraggio: la cultura é un affare, se si sa e si vuole allargare lo sguardo dalla trimestrale di cassa. E se si capisce che Palladio è già un marchio stra-cool, basta saper farlo fruttare. Non so, per dire: sapevate che Palladio è il cognome di Sam (classe 1986, nella foto), un attore e musicista inglese che l’aria cool ce l’ha eccome? Un gemellaggio d’immagine no? Giusto per dare un’idea della strada da battere…