Pezzin, bassista di Ligabue: «musica é amore»

Il musicista vicentino si racconta. Con una critica all’Italia: «gli emergenti non sono riconosciuti come professionisti»

Sogni di rock and roll, e guai chi ci sveglia, cantava qualcuno in un primo disco destinato a fare strada. E se di sogni si parla, c’è chi, con una naturalezza non scontata, ne ha realizzato qualcuno dal sapore piuttosto dolce, anzi musicale. L’accento inconfondibilmente vicentino di Davide Pezzin mi fa tornare per un attimo a casa, come ad incontrarsi in un bar del centro.

Basso, contrabbasso, ma anche arrangiamento e composizione. Pezzin è un musicista completo. E no, non gli piace definirsi turnista, che la musica non è mai uguale a se stessa. Resta il fatto che tra i nomi con i quali il bassista veneto ha collaborato figurano tra i più importanti artisti italiani. Dopo Elisa, Cristiano De Andrè, L’Aura e altri, da due anni Pezzin è il bassista di Ligabue. Uno strike musicale centrato con anni di studio, conditi da una passione irrefrenabile per la musica, in tutte le sue forme. «Non ho mai deciso, davvero, di diventare musicista. E’ semplicemente successo». Buffo a dirsi per un mondo nel quale giovani e meno giovani sognano di entrare. Eppure, quando gli chiedo se ci fosse stato un momento in cui avesse capito che, sì, avrebbe potuto fare della musica una professione, la risposta arriva dritta, nessuna esitazione. «Non ho mai avuto la sensazione che si stesse creando uno stacco tra la passione e il lavoro. Non mi sono nemmeno reso conto di dove stessi arrivando – e, anticipandomi aggiunge – sai, in Italia il musicista è considerato una figura eterea. Tempo fa, quando dicevo di suonare il basso, mi sentivo dire “va bene ma, e poi, che lavoro fai?». Finisce che ti ci abitui e, forse, è proprio per questo che uno degli amori della mia vita non è mai diventato davvero una professione, nella mia testa».

Qui non si parla solo di musica, ma di amore. La conferma ai miei pensieri non tarda ad arrivare. «Mi ritengo fortunato perché ho trovato l’amore per qualcosa. Mi sveglio la mattina e non vedo l’ora di iniziare. Se tutti riuscissimo ad amare quello che facciamo, anche il sistema lavoro si rivoluzionerebbe. Mi rendo conto sia utopistico» e ride, piano. Quando gli chiedo se è vero che i giovani musicisti italiani faticano, nel nostro Paese, a trovare uno spazio, Pezzin riprende il filo del discorso. «All’estero non è per forza più facile emergere. Certo, nei Paesi nordici, la musica è più rispettata che in Italia. La figura dell’artista è riconosciuta, perché diverso è il fondamento culturale sul quale è costruita. Quasi tutti i ragazzi suonano uno strumento, il che non significa essere concertisti, ma avere una diversa consapevolezza». E, continuando sui giovani, «in un’Italia basata sul successo determinato dall’accesso alla televisione, diventa difficile psicologicamente per i giovani talenti accettare che la musica venga considerata un lavoro meno riconosciuto di altri». Si vira su Vicenza e il Veneto, Pezzin parla di una regione di talenti con intelligenza musicale raffinata, di idee e progetti underground che è riuscito a seguire grazie ai suoi allievi.

Impossibile non chiedergli di Ligabue. «Dopo questi due anni di crescita intensa, professionale e umana, spero di continuare a collaborare con Luciano il più possibile», afferma entuasiasta. «Non smetterò mai di ringraziare Luciano Luisi, con il quale ho suonato in passato e che mi parlò del provino, ma credo ci sia anche qualcosa d’altro. Un grazie che va oltre». Poi confessa, «Prima di iniziare a suonare con Ligabue, non lo seguivo, pur ritenendolo tra i più importanti artisti italiani». La verità è che, lavorandoci, Davide non ha solo scoperto un artista, ma una persona profonda, di immensa cultura, attenta. «Luciano è una persona che amo, per la sua sensibilità straordinaria, per la trasparenza. Lavorare con lui è serenità, ascolto. E sai, non è facile trovare questo feeling. Per i musicisti, iniziare un percorso nuovo all’interno di un gruppo è sempre fonte di qualche preoccupazione. Perché a convivere per così tanto tempo insieme, ci si mette a nudo. E non è facile».

E se gli si chiede del Campovolo, la voce, ancora una volta, non tradisce. «E’ difficile descrivere che cosa sia stato. C’è che quando ci sono così tante persone nello stesso posto, con un amore comune, persone che stanno bene, in quel preciso momento si crea un abbraccio umano. E’ qualcosa che succede, insieme. E non è più solo un concerto, è una magia. E’ energia». Non ci sono più freni. Stasera suona vicino a Vicenza nel trio di musica francese che continua a seguire, con la stessa passione di sempre. «Ho bisogno di questo contatto più intimo con il pubblico. E’ questo il limite del grande palco, e infatti a fine concerto cerco sempre di scendere tra le prime file». Chiudo la conversazione e sorrido, pensando che non ho mai sentito la parola “amore” pronunciata tante volte, ognuna con il giusto, profondo, peso. Quindi no, qui non si parla solo di musica.

(foto di Jarno Iotti)

 

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