Tosi 2017: molto fumo, niente arrosto

Il sindaco di Verona alza la cortina fumogena sul suo futuro. In realtà ha sempre meno carte in mano

AAA cercasi disperatamente posto di lavoro per Flavio Tosi. Non è una novità dimostrare (lo abbiamo fatto qui) come il sindaco di Verona si sia cacciato da solo in un vicolo cieco: a mano a mano che si avvicina la fine del mandato, nel 2017, l’ex leghista vede smaterializzarsi le carte che gli restano in mano, dalla quota parte di nomine in Cariverona alla presidenza dell’autostrada Brescia-Padova, senza contare l’inconsistenza elettorale del suo movimento “Fare”, che finora ha fatto ben poco. A riprova, si vedano i fortissimi malumori nella sua maggioranza e fra gli stessi suoi più fedeli uomini al solo sentir parlare di voltagabbaneschi accordi salva-poltrona con il Partito Democratico, che darebbero un definitivo colpo alle chances di giocare un ruolo nel centrodestra, campo tradizionale dei tosiani. Perfino in Comune la sua posizione è debole: su votazioni in consiglio politicamente decisive, la maggioranza ce l’ha fatta solo grazie al numero legale garantito da Luigi Castelletti (Gruppo Misto) e da Marisa Brunelli (Udc). Cioé non è riuscita a spuntarla con le proprie gambe.

Eppure, con l’attillata ministro Boschi in quel Verona, Tosi ha fatto di tutto per dar da bere ai veronesi che la liason di brevissimo periodo con il premier Renzi (i tre senatori tosiani appoggiano la riforma costituzionale, in cambio di non si sa cosa) è il prodromo di un’intesa di lungo termine. Anzi, lo scambio, sempre secondo quanto dichiarato dal sindaco, sarebbe un’altra riforma: cancellare il limite di due mandati dei sindaci così da ricandidarsi per la terza volta. Con questa battuta – perché è solo una battuta – Tosi si è tradito: la sua unica prospettiva possibile é chiudersi nel fortilizio, pieno di crepe e di crolli, della sua Verona. Ma è fuffa: a parte le smentite subito arrivate da ambienti Pd, Renzi ha due solide ragioni per non pensare neanche un attimo a cambiare la legge elettorale sulle amministrative. La prima é che aprirebbe il vaso di Pandora delle ambizioncelle personali di tutti quei borgomastri, anche del suo partito, nelle stesse condizioni di quello scaligero, scatenando le rivalità e le faide dei concorrenti. Un casino, detto alla francese. La seconda è che un simile provvedimento sbugiarderebbe la retorica della rottamazione e del cambiamento, e se a Renzi importa poco o punto la coerenza sui fatti, importa moltissimo quella sull’immagine da rinnovatore. E poi, tomo tomo cacchio cacchio, per quale concreto motivo Renzi dovrebbe interessarsi così alacremente al destino di un tizio a Verona la cui importanza si sta assottigliando mese dopo mese?

I fatti in Cariverona ne sono l’ultimissima conferma. Tosi fa buon viso a cattivo gioco battendo ufficialmente le mani, ma l’escamotage di Paolo Biasi, gran maestro dell’imbullonamento al potere, rappresenta una sconfitta pesantissima per il sindaco. In parole povere, il presidente in scadenza (è lì da quasi una generazione, 22 anni) siederà a capo di una fondazione, anglofilamente chiamata Property, in cui confluirà la proprietà dei beni immobili della Cariverona, ossia la ciccia da 2 miliardi di euro colante grasso e investimenti. I quali saranno affidati ad un fondo di gestione che sarà scelto sempre da Biasi. Un capolavoro: il monarca assoluto perde la presidenza dell’ente ma resta assoluto perché nelle sue mani finirà la cassaforte. Svuotando di fatto le prerogative del prossimo presidente, che anche se fosse un tosiano, equivarrebbe ad una specie di notaio ratificatore della volontà di Biasi. Il quale ha spiazzato tutti, anche gli addetti ai lavori. Anche e in primis Tosi. Un Tosi che alza un gran fumo, ma in cucina ha sempre meno arrosto.

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