Finalmente Zonin se ne va. Ma i problemi restano

La “dichiarazionìte” di Iorio, il cda e il collegio sindacale che rimangono lì, l’autodifesa tragicomica di Bankitalia: c’é poco da star allegri

Si sono accumulate tante farloccate, nelle notizie di questi giorni sulla Banca Popolare di Vicenza, che urge fare un po’ di pulizia mentale. Senza farsi complessi da stampa “disfattista”, che vede solo le ombre e non le luci: per queste ultime, dovrebbero bastare gli addetti stampa e i consulenti alla comunicazioni, se ve ne sono. Ma ci sa tanto che in viale Battaglione Framarin non ce n’è manco l’ombra, visti gli strafalcioni mediatici – e sostanziali – che collezionano senza sosta. E perciò si beano di aggregare allo staff anche dei simpatici giornalisti che hanno scambiato il proprio mestiere per una succursale esterna dell’ufficio stampa della banca.

IORIO COME RENZI
Al primo posto, ahinoi, l’amministratore delegato plenipotenziario Francesco Iorio. Agli inizi gli speranzosi (noi compresi) vedevano in lui il castigamatti che avrebbe messo le cose a posto, e gli Zonin fuori dalla porta. E invece oggi fa il Renzino: una ne fa (ok l’innovativo piano industriale, ma mettere Breganze in Veronafiere cos’é, zoninismo di ritorno?) e cento ne spara. Anziché starsene un po’ più zitto, usando maggior prudenza nell’iniezione di fiducia che comprensibilmente sta cercando di immettere (ai dipendenti tramite il tour motivazionale, agli azionisti e clienti attraverso interviste e resoconti), esagera, esonda, gigioneggia, la fa fuori dal vaso. A parte certi atteggiamenti da maestrino (coi lavoratori: «tenete le orecchie bene aperte, perché quando avrò finito di parlare uno di voi a sorteggio verrà qui a ripetere quello che ho detto» – no, dico: ma i sindacati, nulla da dichiarare?), Iorio si lascia scappare quel che non dovrebbe, dal suo punto di vista. Confrontiamo questi due brani di articoli apparsi di recente: «Per noi è fondamentale che una fetta importante dell’aumento venga dai vecchi soci, i soci della Vicentina, non i grandi investitori. L’ideale sarebbe una proporzione al 50 e 50 tra vecchi e nuovi, io sarei comunque soddisfatto se almeno 500 milioni arrivassero dall’attuale compagine sociale» (Corriere del Veneto, 16 ottobre 2015); “«sotto il profilo tecnico» l’optimum sarebbe che a sottoscrivere le nuove azioni per 1,5 miliardi fossero fifty-fifty i vecchi soci e il mercato in Borsa, perché «avere fondi istituzionali permette una maggiore liquidabilità e liquidità del titolo. Sono fandonie che sia a rischio la territorialità, basta guardare all’esperienza di Ubi, Bpm o del Banco Popolare. Hanno grandi fondi fra gli azionisti, il che non impedisce alle banche di essere a sostegno dei territori. I fondi di medio periodo sono i benvenuti, anche perché non entrano nella gestione»” (Repubblica Affari&Finanza, 26 ottobre 2015).
Lasciando stare il semi-serio oscillare fra il metà-e-metà e un terzo (500 milioni), l’ad fa chiaramente intendere che predilige di gran lunga gli investitori istituzionali, fondi e banche, rispetto agli azionisti storici, ovvero alla fantomatica “cordata veneta” di cui ancora non v’è traccia. Per due ragioni: perché appunto quest’ultima è un’ipotesi e per di più incerta, e invece lui ha bisogno della certezza di mandare in porto l’aumento di capitale e salvare la banca; due, perché così ha un’altrettanta ragionevole sicurezza di restare al timone, dato che i fondi «non entrano nella gestione». In pratica, Iorio sta dicendo che se va come vuole lui, la Popolare vicentina sarà in mano a proprietari che non è detto che abbiano a che fare col territorio (a questo proposito resta al momento solo un’opinione di massima quanto dichiarato dal vicepresidente di Cariverona, Silvano Spiller, al Giornale di Vicenza del 27 ottobre: «dovremo scendere in Unicredit e stiamo valutando alternative. L’ipotesi di BpVi e delle altre popolari venete è a mio avviso quella più interessante e potenzialmente conveniente»). Anzi, per Iorio pure meglio se saranno foresti. Dal che si evince tutta la sua diffidenza verso certo establishment imprenditoriale locale (e qui ne ha ben donde, visti i meravigliosi risultati di un ventennio di “banca del territorio”).

DOLCETTA (SPERIAMO) AMARO
Ma sarebbe stato meglio, pro domo sua e promo domo BpVi, che questi ragionamenti se li tenesse per sé. Invece li spiattella in pubblico. Per carità: buon per noi che dobbiamo decrittare il fumus dell’ufficialità. Come per ciò che riguarda l’indiscrezione su Dolcetta, finora non smentita dall’interessato, che dopo le imminenti dimissioni di Gianni Zonin dalla presidenza (sempre troppo tardi, ma meglio tardi che mai) arriverà il vicepresidente nazionale di Confindustria. Stefano Dolcetta, appunto. Perché proprio lui? Evidentemente perché serve un nome di prestigio, che non sia impastoiato nel pantano BpVi, uno in cima alla lista di uomini d’impresa locali. Ecco, gli imprenditori locali: Dolcetta viene chiamato a mettere la propria faccia in un interregno fino all’assemblea straordinaria dei soci di febbraio 2016, ma vi si presta in quanto capo-cordata di un gruppo di investitori vicentini e veneti, oppure soltanto come garante di una presidenza-ponte al solo scopo di sostituire un impresentabile Zonin diventato bersaglio del malcontento popolare? A darci un primo indizio sarà la traduzione in pratica della richiesta che Dolcetta avrebbe posto come condizione per accettare l’incarico: una «netta discontinuità». Non può che significare una cosa e una sola: far cadere altre teste oltre a quella di Zonin.
A farci guardare con cauto ottimismo l’arrivo di Dolcetta é un episodio, fresco di una settimana, che lo ha visto scontrarsi a muso duro con il suo diretto superiore in Confindustria, il presidenza nazionale Giorgio Squinzi. Un duello inusitato perché messo su pubblica piazza, in aperta violazione dei paludamenti tipici dell’associazione di categoria dei datori di lavoro. Inusitato e vieppiù significativo, relativamente alla Popolare berica, perché nel board di quest’ultima siedono da anni due presidenti locali, il vicentino Zigliotto (uno dei tre consiglieri indagati, con Zonin e la Dossena) e il veneto Zuccato. Non sfugge a nessuno che, dimettendosi solo Zonin, la continuità sarà rappresentata dal cda che lo dovrà nominare (e dal collegio dei sindaci). Mentre Dolcetta, lo abbiamo visto, reclama discontinuità. Cos’avrà mai voluto dire?

BANKITALIA, CHE AUTOGOAL
Quel che ha voluto dire la Banca d’Italia nella maldestra autodifesa di ieri, al contrario, è chiarissimo. Palazzo Koch preferisce passare per chi ha fatto 7 ispezioni in 10 anni senza beccare il mega-buco dei crediti deteriorati, ammettere che quelle decisive le ha fatte non in loco ma «a distanza», nascondersi dietro regole “prudenziali” che astrattamente hanno messo fuori dai controlli il quasi miliardo di azioni finanziate dalla banca stessa, giudicare sufficiente per la trasparenza che si siano dimessi i soli dirigenti Sorato, Piazzetta e Giustini (non si fa cenno alle dimissioni, doverose e imminenti, di Zonin, né al resto del vertice) e che si sia proceduto verso trasformazione in Spa, ricapitalizzazione e quotazione borsistica. E su quest’ultimo punto il cervellone di via Nazionale pecca di un’arroganza senza pari, sputando in faccia a 117 mila soci. Bankitalia scrive che «la banca ha deliberato» gli ultimi tre passaggi. No: il consiglio d’amministrazione ha approvato  il percorso che porterà a realizzarli se, e sottolineato se, dall’assemblea degli azionisti del prossimo febbraio uscirà un sì. Sarà l’ultima con voto capitario, una testa un voto. Dubbio lecito: e se i soci, che avrebbero tutte le ragioni del mondo (da 62, a 48, a 10 euro per azione, capirete che uno potrebbe anche investire quel che gli rimane in altro, se proprio sente la fregola della Borsa), se invece di fare come hanno sempre fatto, cioè i pecoroni, dovessero bocciare tutto? Il sistema bancario è talmente abituato a considerare i risparmiatori come parco buoi da manovrare a piacimento, che dà per scontato che le pecore tosate e ritosate si faranno tosare ancora una volta. Possibile, forse probabile, ma non certo.