Villa Serego: arte, vino… e selfie stick

Su un progetto originale del Palladio sorge in Valpolicella un gioiello. Visitabile solo a metà. Coraggio, privati!

Dall’entroterra veneziano alla campagna veronese. Il mio viaggio alla scoperta dell’arte del Palladio continua a Villa Serego (o Sarego), in località Santa Sofia di Pedemonte in San Pietro in Cariano. In una parola: Valpolicella. Per l’occasione mi sono attrezzato acquistando un accessorio che quest’estate, assillato dalle mille richieste degli ambulanti, mi ero ripromesso di non comprare mai: un selfie stick. Perché raccontare questo dettaglio? Lo capirete. Ma andiamo con ordine.

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Per fortuna, questa volta il meteo è stato clemente (una vera giornatona!), rendendo il viaggio più agevole e veloce. Esco dall’autostrada a Verona Nord, direzione Valpolicella-Pedemonte. La Valpolicella, terra dell’amarone, è incantevole, specie nel periodo della vendemmia. Campi ordinati su morbide colline impreziosite da ville nobiliari e cantine che producono alcuni dei vini più pregiati al mondo. Arrivo a San Pietro e seguo le indicazioni per Santa Sofia, ridente località che Palladio in persona descrive così: “È posta in un bellissimo sito, cioè sopra un colle in ascesa facilissima, che discopre parte della città ed è tra due vallette: tutti i colli intorno sono amenissimi e copiosi di buonissime acque; onde questa fabrica è ornata di giardini e fontane meravigliose”. Il buon vecchio Andrea non scherzava affatto.

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Del progetto originale della Villa – illustrato nei Quattro Libri dell’Architettura del Palladio – non resta in realtà molto: i lavori, iniziati nel 1565, non furono mai portati a termine, a causa della morte del committente, Marcantonio Serego. Di originale resta l’imponente barchessa, con le gigantesche colonne ioniche in pietra calcarea. E tanto basta, in verità, perché la peculiarità della “fabbrica” di Santa Sofia è che, a differenza della tipica villa palladiana, lo spazio si articola attorno al cortile, non alla casa.

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Sotto e a lato della villa, invece, si trovano le Cantine Santa Sofia, ed è proprio lì che sono diretto per un tour guidato (quando si dice unire l’utile al dilettevole…). All’ingresso delle cantine mi accoglie Elisa, che mi accompagna in una saletta dove altre persone attendono di ammirare le cantine storiche (occhio, bisogna prenotare!), più antiche della villa stessa e di degustare il prodotto finito. A sorpresa, a fare da cicerone è il proprietario delle cantine in persona, Giancarlo Begnoni, che da 50 anni conduce l’azienda vinicola. Passeggiando tra le antiche volte che custodiscono le botti ci spiega l’importanza dell’ossigenazione e dell’imbottigliatura per formare il bouquet dei vini, la distinzione tra le diverse D.O.C. del veronese e come l’amarone sia nato per errore, da una vinificazione sbagliata. Passo davanti a una bacheca realizzata per il bicentenario delle Cantine, che recita: “bere vino è arte, degustarlo è scienza, parlarne è cultura”. «E compatiamo gli astemi, che non sanno cosa si perdono», aggiunge Begnoni, una persona davvero squisita.

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Al termine dell’immancabile degustazione, la guida informa i presenti che la visita finisce lì. Ma come: e la villa? Chiedo delucidazioni a Elisa, che mi spiega che il giardino e l’ala del Palladio non sono proprietà dell’azienda, ma appartengono a un privato. Fino a qualche anno fa il proprietario concedeva all’azienda di condurre i visitatori nel giardino, ma oggi non più e salvo rare eccezioni, come nell’Anno Palladiano del 2008, non è più visitabile. Gelo… e adesso come faccio?!

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Salto in macchina e faccio il giro della tenuta, ma effettivamente è circondata da un fitto filare di alberi e l’ingresso principale è protetto da un muro alto tre metri che impedisce di vedere il giardino interno. E qui ci sta un bel #ke2Palladio! Ovviamente non demordo. Se no chi lo dice al direttore? Ed ecco l’ideona: il selfie stick (per i meno tecnologici: le aste periscopiche per farsi gli autoscatti con gli smartphone…).

Vado alla macchina per recuperarlo, lo collego al telefono, torno davanti al cancello principale e…ta-dah! (Un’esclusiva che neanche Barbara D’Urso…)

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Alla faccia del giardino! Pare Candyland, la tenuta di Di Caprio in Django Unchained, con la differenza che qui si coltiva vino al posto del cotone. Per sicurezza faccio altri scatti da angolazioni diverse – a proposito, devo ammettere che i selfie stick sono una figata! – prima di risalire in auto e lasciarmi alle spalle questa terra di arte e vino.

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Saluto Santa Sofia e la Valpolicella con una “insolita” sete di cultura sotto forma di amarone e ancora più ammirato dal genio palladiano. Dopo tanto tribolare, però, mi sento di rivolgere un appello ai proprietari della Villa: capisco che un via vai di estranei per casa non sia il massimo della vita, ma è pur vero che stiamo parlando di un patrimonio dell’umanità. Concedete ai turisti di ammirare almeno il giardino, accompagnati dall’attento personale delle adiacenti Cantine. Magari un paio di giorni a settimana e solo in determinati mesi dell’anno, come la Malcontenta di Mira. Sarebbe un valore aggiunto per i tanti amanti dell’enoturismo che ogni anno vengono in pellegrinaggio in queste zone. Possibilmente a piedi, non su un selfie stick gigante, modello drone…