Donne e clima, questione di diritti

La donna come vittima del cambiamento climatico e protagonista del vertice mondiale COP21

Gli esperti di tutto il mondo li chiamano global goals, gli obiettivi che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è proposta di raggiungere entro il 2030. Un lungo termine che in realtà è dietro l’angolo. Tra i punti cardine dell’azione politica mondiale dei prossimi quindi anni ci sarà il fix climate change. Letteralmente, riparare. Aggiustare il cambiamento climatico. Prevenire il peggio e cambiare quello che è ancora in nostro potere. Ma, siamo ancora in tempo? Mentre i preparativi per la COP21 di Parigi fervono in un clima di attesa ed eccitamento nella speranza che la capitale francese rappresenti la svolta politica internazionale, c’è chi già parla di una nuova Kyoto. La necessità di un accordo vincolante per tutti i Paesi è in trattativa da vent’anni. Ora potrebbe vedere il proprio compimento, per il bene di tutti.

Un aspetto in particolare colpisce l’attenzione, di là del collegamento inquinanti-riscaldamento terrestre. Il cambiamento climatico, infatti, impatta sulla salute anche in forme che non sono semplici a cogliersi, aprendo dibattiti e scenari devastanti. Oltre che serie necessità di intervento. Tra i vari obiettivi globali figura l’eterno sconfitto della Storia: l’equità di genere. E no, non è un pretesto per parlare ancora una volta di un tema trito e ritrito, a ragione, s’intende. La verità è che il ruolo della donna s’interconnette a vari livelli con l’impatto mondiale del cambiamento climatico.

In un articolo apparso nel 2012 su Plos Medicine si parlava di genere, sovranità sul cibo e logiche di potere. E, il cibo è uno dei grandi protagonisti minacciati dal riscaldamento globale. Terra, acqua, aria. In una parola, agricoltura. Le donne nei Paesi a basso reddito rappresentano la maggioranza della forza lavoro agricola, con percentuali che variano tra il 50 e il 70% nell’Africa Subsahariana. A questo ruolo centrale si somma quello ancor più marcatamente culturale della cottura del cibo e della sua conservazione. E l’acqua? Anche per quanto riguarda le fonti idriche, la donna si designa come gestrice delle risorse e reperimento delle stesse. Ma è una donna spesso poi senza diritti, con minore accesso al credito, alle cure e, non ultimo, all’educazione.

Immaginiamo uno scenario, ora più che mai realistico, di un terreno incoltivabile per la sua secchezza, per la deforestazione causata dall’uomo o, all’opposto, impraticabile per l’alluvione che si è appena abbattuta su di esso. Immaginiamo una natura cui diventa pressoché impossibile adattarsi. Quale soluzione possibile? I dati attuali ci parlano di milioni di profughi ambientali, in larga parte donne e bambini. Le previsioni al 2050 contano circa 250 milioni di rifugiati a causa delle variazioni climatiche, evidenti le minacce in termini di salute, con un rapporto di mortalità uomo-donna che si calcola su 1:3. Medicina, antropologia, ma anche meteorologia, storia ed economia qui si fondono inevitabilmente. Perché il problema non è solo scientifico, ma culturale.

Non è un caso che le Nazioni Unite abbiano deciso di fondare una vera e propria Women and Gender Constituency interna allo UNFCCC, la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, per affrontare la questione climatica ponendo particolare attenzione al duplice ruolo della donna, soggetto debole e, allo stesso tempo, elemento politico centrale per un cambiamento equo, risolutivo ed efficace. La data di inizio della COP21 è fissata per il 30 novembre. Staremo a vedere.