Sharing economy, figlia della crisi

Dalla casa alla macchina al lavoro: mille modi per condividere il tempo… a scopo di lucro

Anni Settanta, California, ombelico del mondo della musica. L’ormai tramontato jazz di Dave Brubeck lascia il posto al rock psichedelico dei The Doors, al West Coast rock di CSN&Y, passando per l’heavy metal e il punk. Una fusione di stili per un luogo in cui idee, creatività e quella sensazione in cui tutto è possibile si fondono insieme. Tutti, volevano raggiungere il Pacifico. Volevano esserci.

California, anni Settanta. Nasce la Silicon Valley e questa volta, il sogno (o presunto tale) continua ancora oggi. Nessun verbo al passato. Le più grandi aziende al mondo di alta tecnologia hanno iniziato a insediarsi nella valle a sud di San Francisco, Santa Clara, e qui sono rimaste. Tra queste anche eBay, uno dei primi rudimentali – nemmeno troppo – sistemi di sharing economy. Consumo collaborativo, per dirla all’italiana. Una forma di economia che nasce dal basso, volendosi porre come alternativa al concetto di consumo capitalistico. Voleva. Qualcosa sembra essere sfuggito di mano, ma come?

Ultimamente si è parlato spesso di Airbnb, il colosso californiano. “Stranamente” californiano. Uno di quei vincenti e rari casi in cui una start up, anziché fallire, guadagna un consenso tale da incrinare il potere delle grandi catene alberghiere. Di fatto, Airbnb è un portale che mette in contatto l’utente alla ricerca di un alloggio con possibili locatari, sparsi per tutto il mondo. Ecco che il confine tra mercato immobiliare privato e mondo del turismo diventa labile. E per l’amministrazione di molte città, la legalità sembra giocare sul filo del rasoio.

San Francisco, New York, Amsterdam, Parigi, Londra, ora anche Milano hanno voluto regolamentare lo strapotere della società che ad oggi vanta già circa il 10% dell’offerta abitativa di queste e altre città. Da qui, i problemi regolatori. Peculiare è il caso di San Francisco. L’amministrazione voleva abbassare il numero massimo di giorni in cui un locatore può affittare la propria stanza o appartamento da 90 a 75, forti dell’alleanza dei grandi albergatori cui, quasi paradossalmente, si è unito il movimento di lotta per la casa che ritiene esempi come quello di Airbnb una della cause dell’aumento spropositato del costo al metro quadro. Niente da fare, sharing economy sia, e il limite non ha subito modifiche. L’ha detto una vera e propria consultazione popolare. Che la grandiosa e martellante pubblicità della società californiana abbia sortito l’effetto desiderato? Pare di sì.

Accanto a Airbnb, vi sono altri esempi come Uber, Blablacar, meccanismi per il car-sharing, o ancora Turco Meccanico, portale di annunci di lavoro che permettono all’utente che accetta la mansione di gestire tempi e luoghi in perfetta autonomia (si lavora tramite internet), e alle aziende di ottenere un prodotto senza necessità di assunzione. E a costi ridotti.

La sharing economy è figlia di una generazione in crisi. Figlia di un sistema da reinventare, ma che rischia (o già lo è) di essere un diversivo fasullo all’economica del capitale. Start up che partono dal basso, il famoso bottom-up, per offrire servizi accessibili e alla portata di tutti. Start up che, oggi come oggi, hanno poi l’obiettivo finale di farsi acquistare dal colosso di turno. Abbiamo perso forse il senso di appartenenza per quell’idea nata dal nulla, da coltivare e da far crescere come i nostri nonni facevano della loro piccola bottega, diventata poi grande azienda?

Siamo parte di una popolazione che, se da un lato sceglie di cedere parte della propria privacy (un passaggio in auto o una stanza in una casa, solo per citare i più noti) a scopo di lucro, dall’altra riscopre il valore della condivisione. O perlomeno, dovrebbe. Non a torto l’Harvard Business Review critica la coniazione del termine sharing economy. Che di sharing non ha proprio nulla, scrive la prestigiosa testata, se la condivisione incontra il mercato.