Albanese: «Vicenza chiusa alle idee»

Il presidente del teatro comunale spiega perché é fallito il disegno della Fondazione Unica Cultura. E sulla Cariverona:«non mi interessa»

«Sei anni fa avevo accettato la presidenza della Fondazione del Teatro Comunale perché esisteva un progetto più ampio, quello della cosiddetta Grande Fondazione per la cultura a Vicenza, pensato per integrare a largo raggio esperienze competenze e progettualità. Ora che l’idea viene accantonata, come ha detto l’assessore Bulgarini d’Elci, lo scenario è del tutto diverso». Flavio Albanese tende a minimizzare le sue decisioni, ma è chiaro che cosa succederà quando il consiglio di amministrazione del Teatro Comunale da lui presieduto decadrà, nella prossima primavera: «A meno che non cambino molte cose, mi dedicherò ad altro». In realtà è difficile che cambi qualcosa, e la scelta di lasciare non è una sorpresa. Dopo l’abbandono di un paio di soci (Sisa e Confindustria Vicenza) e la drastica riduzione delle contribuzioni regionali, già qualche mese fa la presentazione della nuova stagione del Comunale era stata l’occasione per far trapelare distacco e delusione per l’evoluzione della situazione. Adesso Albanese allarga il discorso e chiarisce i perché dell’addio. Legati al tramonto della Fondazione Unica della Cultura o, come la definisce lui, della Grande Fondazione.

«La Grande Fondazione – dice – fallisce perché non ci sono le condizioni politiche. A Vicenza mancano i presupposti perché i molti che si occupano di qualcosa nel campo della cultura siano spinti a dialogare e interagire fra loro in maniera davvero efficace. Resto convinto che il nostro maggior problema sia quello della “massa critica” delle proposte, che è poi quella decisiva nel creare la cosiddetta “attrattività”. La domanda cruciale è sempre la stessa: perché Renzo Rosso o la Banca Popolare, quando decidono di investire cifre importanti in cultura, parlo di milioni, vanno a Venezia e scelgono Rialto oppure la Fenice? Perché alla realtà da cui provengono riservano, nel confronto, solo poche briciole? La risposta è una sola: perché quello che siamo in grado di realizzare qui non è abbastanza attrattivo. La cultura si basa su patrimonio, benessere, forza economica. L’alchimia è composta da capitali e dinamiche progettuali. Da noi ci sono i primi, non le seconde».

L’inizio della fine per la Grande Fondazione ha una data precisa, i primi di luglio del 2014, quando è fallito il tentativo del Comune di portare Albanese alla presidenza del Cisa Palladio, di cui era vicepresidente, dopo le dimissioni di Lia Sartori coinvolta nell’inchiesta Mose. Vista oggi, una forzatura: non era certo dal Cisa, storicamente e culturalmente autonomamente strutturato, che il sindaco Variati e il suo vice Bulgarini d’Elci dovevano partire, se volevano avere qualche speranza di realizzare il loro progetto. E infatti l’operazione rimase al palo, non senza polemiche: l’allora commissario della Provincia, il leghista Attilio Schneck, si mise di traverso, e si arrivò ad uno scontro con un fronte composto da Regione, Provincia e sponsor privati, contrapposto a Comune e Camera di Commercio, sfiorando la rottura. La vicenda si concluse con l’elezione a maggioranza dell’imprenditore Lino Dainese. Albanese per la prima volta interviene sul tema puntualizzando: «La mia esperienza nel cda del Cisa mi ha fatto capire quanto siamo lontani. Credevo e credo in altre scelte. Anche per quanto riguarda l’idea corrente al Centro di Architettura sulla Basilica Palladiana e sul suo utilizzo. Non è una critica, non contesto le competenze esistenti, dico solo che non bastano il trattore e un sacco di sementi per avere un bel raccolto. E se si sbaglia, il campo rimane incolto e arido».

Albanese non lo dice, non vuole fare atti d’accusa e si dice anzi pronto a riconoscere i propri errori, anche perché si dichiara felicemente «privo di ansie», con una vita professionale e relazioni culturali «in tutto il mondo» tali da occuparlo interamente, ma il quadro che fa di Vicenza è quello di un inevitabile declino. Ad esempio, se gli si chiede l’identikit del prossimo presidente della Fondazione del Comunale, non ha esitazioni: «Dovrà essere soprattutto molto bravo a gestire la riduzione delle risorse. Dalla prossima stagione sarà giocoforza ridimensionare i programmi, perché non si può pensare di continuare a sfruttare il fondo di gestione accumulato in questi sei anni (era arrivato a 800 mila euro, ne rimane poco più della metà, ndr) per chiudere i bilanci senza sprofondi. L’ultimo anno abbiamo dovuto prelevare 260 mila euro, inevitabile se si considera l’emorragia continua di sovvenzioni, cui solo il Comune risponde come può e riesce: dalla Regione nel 2010 arrivavano 450 mila euro, quest’anno siamo a 80 mila. Un paio di soci se ne sono andati, resta da capire come si muoverà la Banca Popolare di Vicenza, che però intanto ha surrogato il consigliere che si era dimesso (in cda è entrato il dirigente Carlo Buzio, ndr). Ci vorrebbe un’azione decisa e vincente di fund raising, ma se la “massa critica” è ridotta, è impresa quasi disperata. La realtà è che l’attività del Comunale – da sola – non è appetibile per gli sponsor».

E dunque, fine dell’esperienza di «portatore di servizio civile», come si definisce lui, sempre in totale «volontariato»? Non è detto. Chiusa la lunghissima presidenza di Paolo Biasi, sono già iniziate le grandi manovre per il nuovo consiglio generale e per il da della Fondazione Cariverona, la principale cassaforte culturale anche per Vicenza. Le nomine saranno a primavera: fa un pensierino sul consiglio, Flavio Albanese? «Cambiamenti ci sono stati e ci saranno, alla Fondazione Cariverona, ma io dovrei andare a fare cosa? Io sono disponibile dove serve la mia esperienza, ma non credo proprio che qualcuno me lo proponga». Per presentare le candidature al Comune, che poi indicherà una terna di candidati per un posto in consiglio, c’è tempo fino al 9 dicembre. Se per la Fondazione del Comunale il discorso è chiuso, per la Cariverona l’impressione è che lo sia molto meno.