Terrore, qui in Francia ce l’aspettavamo

Lettera da un vicentino abitante nel Massiccio Centrale, la provincia profonda: «i terroristi sono figli dell’Occidente»

Siamo in guerra. La guerra, per definizione è sinonimo di morte. I morti questa volta sono i nostri, a casa nostra. I morti siamo, in potenza, noi, i nostri cari, i conoscenti, il nostro vicino al tavolo del ristorante, sotto il palco di un concerto o allo stadio. I morti questa volta sono “veri”, perché quelli mostrati e raccontati sino ad ora erano considerati, da molti, entità astratte. Sono arrivati i terroristi e terrorizzano. Lo stesso terrore di donne, bambini, anziani, uomini di Palestina, Siria, Kenya, Tunisia, Afganistan.

Siete sorpresi da quel ch’è successo a Parigi? Benvenuti nella realtà. I terroristi, lo Stato Islamico, sono frutto della nostra società occidentale, delle banlieue delle nostre metropoli, del nostro interferire, sfruttare, distruggere altri modelli di società. L’analisi è lunga, complessa, non priva di contraddizioni e vista l’abbondanza di sentenze emesse da esperti o pseudo tali, mi astengo. Io vivo in Francia, a Saint Pantaléon de Lapleau, nel Massiccio Centrale tra boschi, laghi, bovidi, funghi e castagne. Il mio villaggio ha 30 abitanti, quello vicino (a 10 chilometri) 250. Qui è la Francia profonda, rurale, quella “vera”. Il Limosino, la mia regione (una delle più povere dell’esagono) è terra di resistenza e di Presidenti della Repubblica (l’attuale, e Chirac), l’economia è basata sulla produzione del legno, sull’agricoltura, l’allevamento il turismo estivo. Siamo lontani anni luce, per stile di vita e mentalità dalla capitale: Parigi è lontana. Molti, qui, a Parigi non ci sono mai stati e probabilmente mai ci andranno.

Ho visto commozione, raramente sconforto, più spesso un certo distacco, l’urgenza, qui, si chiama bestiame, bosco. Mia moglie è di Saint Denis, la sua famiglia è quasi tutta nella capitale e la cosa ci ha toccato direttamente, profondamente, ma non ci ha sorpreso, in qualche modo l’aspettavamo. Abbiamo spiegato a nostro figlio Zeno (Remi è ancora troppo piccolo per capire) quel ch’è successo, ha voluto parlare con sua nonna ed ha chiesto del resto della famiglia, per quanto possibile, siamo riusciti a rassicurarlo. Andremo a Parigi per le vacanze di Natale, la famiglia è lì, passeremo come sempre davanti allo Stade de France e cammineremo per le strade di Saint Denis. Torneremo poi alla nostra vita tra boschi, laghi, bovidi, funghi e castagne con la consapevolezza che, nostro malgrado, fatti come quelli del 13 novembre si ripeteranno ancora, qui e/o altrove. Così va la guerra.